Recensioni

5.7

Non voglio passare per quello che s’innamora delle proprie opinioni e poi le difende malgrado tutto e tutti, ma gli Okkervil River continuano a non convincermi. E dire che non mancherebbero loro i requisiti minimi per farmi innamorare, tanto più in coincidenza di questo quarto lavoro in cui lo stile opportunamente s’intossica e scompone, si fa isterico e oscuro e trepidante. Insomma, non più solo folk ballad su folk ballad come in Down The River Of Golden Dreams, ma anche scenografie acidule, febbrili vibrazioni emo, pulsioni indie e diffuse irrequietezze art. Il tutto per un concept la cui criptica trama s’innesca a partire dalla title track, cover di Tim Hardin (dal suo secondo, splendido album) rifatto in salsa Eels (una soluzione baluginante di chitarrina, archi, piano e pigolii sintetici). Alla band di Mr. E viene da pensare spesso lungo queste undici tracce, che si tratti della sveltezza country-pop tra il sognante e il friabile di Song of our so-called friend o del folk senza limitatore di melodramma (harmonium, banjo, wurlitzer, tromba, xilophono…) di A king and a queen, o ancora della sguaiataggine un po’ forzosa di For real (riff a sciabolate sulla quiete tesa delle strofe, ugola scomposta, nevrastenia diffusa), così vicina al subbuglio stilistico dell’irrisolto Souljacker.

A proposito, ecco il punto: la ricerca di squilibrio emotivo/formale spande su tutto il suo retrogusto d’artificio, quasi fosse la strategia decisa a tavolino da Will Sheffe e compagni per dribblare una statura artistica dignitosa ma tutt’altro che eccezionale. Prendete In a radio song: trame delicate e malinconiche, sperse come gli ultimi Wilco, indolenzite come un guaito Will Oldham, però questo bendiddio finisce soffocato da uno scriteriato sovraccarico formale, da quel troppo stropicciarsi la voce, ad ostentare il martirio emotivo a mo’ di banderuola. Accade più o meno lo stesso nell’emblematica So come back, I am waiting, che prima spunta spettrale e fiabesca, poi diventa una processione a cuore nero, quindi sbraita lancinante e ipertrofica (piano, organo, archi, trombe) e in definitiva pasticciona come i Counting Crows di Recovering The Satellites. La band di Adam Duritz è un altro punto di riferimento plausibile, assieme a una certa propensione allo scompiglio psichico Cure: l’improbabile impasto tra queste istanze si realizza nell’afflizione scalciante di Black, e – ci credereste? – ne viene fuori pure un oggettino gradevole. Come del resto l’indie pop scombussolato di The latest toughs, che traccia filamenti Robert Smith in direzione Coldplay, risultando un po’ malfermo ma in fondo riuscito.

Non bastevole però a tenere sopra la linea di galleggiamento un lavoro che meritava più fiducia in se stesso, nell’intima e intensa ispirazione che a tratti lo muove, a vantaggio di un più semplice approccio formale. Perciò la chiusura di A glow, col suo barcamenarsi tra parodia e languore di certe ballate fifties, si propone come il migliore dei paradigmi. O degli epitaffi.

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