• Mar
    13
    2013

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Autoprodotto

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Abbiamo accennato a più riprese al comeback degli anni ’90 – per il momento più fantomatico che concreto, almeno su larga scala – lasciando però colpevolmente da parte quella che, a tutti gli effetti, è una riscoperta retromaniaca dell’emo, quello vero.

Un sentimento che – nelle sue varianti, screamo in particolare – non è in realtà mai morto e che ha trovato nel bacino italiano (specialmente emiliano-romagnolo) uno degli ecosistemi più floridi a livello internazionale. Nell’ultimo lustro, tuttavia, ad agitare le acque è stata una nuova accelerazione cardiaca a stelle e strisce, causata sia da esordi di culto come quello degli Snowing (purtroppo già fuori dai giochi), La Dispute,Pianos Become The Teeth e Touché Amoré, sia dai recenti focus sulla scena californiana targata Comadre e Loma Prieta.

Gli Old Gray sono un trio del New Hampshire che, seguendo la più classica delle routine DIY (demo, EP, split single…), arriva all’album di debutto An Autobiography con le idee chiare e tante cose da dire. Messe da parte le ritmiche math dei primissimi tempi, Cameron, Raphael e Charlie hanno assemblato un perfetto concentrato – appena otto tracce per meno di mezz’ora di musica – di enfasi liberatoria e lancinante, all’apparenza forse esagerata al limite dell’artefatto ma in realtà assolutamente autentica, oltre che funzionale e di incredibile impatto. Non c’è nulla di superfluo, otto passaggi obbligatori.

Abbandono, avvilimento e la sensazione Melancholiana di un imminente destino infausto scorrono lungo An Autobiography, lanciando veri e propri anthem corali quali “I’m digging a grave with the parts of my brain that still work, they’re burying me with my dead dreams” (l’iniziale Wolves). Cameron Boucher e compagni hanno fatto propria la lezione Nineties delle formazioni storiche dell’indie emo (Cap N’ JazzMineralAmerican Football), tagliandole con abrasioni screamo e un’interessante vena strumentale che non rinuncia a lambire territori vicini al post-rock (l’ultimo capitolo, My Life WIth You, My Life Without You) e agli Slint di Tweez.

Velocità che – come le tre diverse voci – si alternano perfettamente, tra situazioni sospese e sfuriate post-HC (Coventry), tra arpeggi e twinkly guitars, tra inserti occasionali – quanto azzeccati – del violino di Nick Kwas e fraseggi inspoken. Tanti sono i momenti memorabili: oltre alla già citata Wolves, i quesiti di Raphael in The Artist (“what can I leave behind that will never fade?”), il feat. vocale di Becca Cadalzo dei Cerce in Emily’s First Communion e il toccante crescendo di I Still Think About Who I Was Last Summer (“you told me that you’d love me until the end, which begs the question are we now dead?”).

Questi ragazzi non innovano nulla e son piuttosto fedeli alle regole non scritte dell’immaginario depre-emo, ma di sintesi stilistiche così ben riuscite ne escono raramente. Un pugno allo stomaco che invece di procurare dolore, genera un lungo e commovente brivido. Potrebbe diventare un piccolo classico del genere.

11 Aprile 2013
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