Recensioni

Sono sempre stati in fissa con la spiritualità, gli Om, sin da quando, mille anni fa o giù di lì, si chiamavano Sleep, inneggiavano alla ganja, rivitalizzavano generi dati per morti e, così facendo, ricercavano la via della trascendenza dope-induced. Quando poi, più o meno un lustro fa, si ripresentarono al pubblico come duo basso/batteria ripulito dagli eccessi e con un nomen omen, a pervadere le loro produzioni è stata dapprima una spiritualità di matrice pagana (Variations On A Theme) o al limite panica (Conference Of The Birds), che poi, col passar del tempo, si è dimostrata essere pregna di religiosità fino al midollo. Prima col poco messo a fuoco Pilgrimage – percorso nel sacro verso la redenzione, la cui unica pecca era l’indulgere troppo in soluzioni già note – e ora con l’ottimo God Is Good. Gli angeli posti in cover, dopotutto, lasciano poco spazio ai dubbi. Un pezzo monstre come Thebes, 20 minuti in modalità minimal-psichedelica, nemmeno.
Il salmodiare lieve di Al Cisneros, sorta di bisbiglio dell’anima di un santone solitario e schivo, si spinge a sorvolare antichi e nuovi testamenti, da Damasco a Tebe, mentre le sue dita scivolano ed impastano il solito, lento, essiccato e orientaleggiante delirio mantrico. La batteria del compare Emil Amos, regge vibrante il confronto senza risultare invadente; gioca di piatti e spazzole, rispettoso della cerimonia pre-cristiana in atto e testimone silenzioso dell’ascesa.
C’è odore di trascendenza in God Is Good, si sarà capito. E il mezzo per arrivarvi è un concentrico scavare, anzi innalzarsi, lungo il crinale di 30 e passa anni di psichedelia.
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