Recensioni

7.5

Omake è un progetto di Francesco Caprai, all’esordio con questo Columns per una Sherpa Records sempre più sinonimo di qualità, nelle sue uscite. Premettiamo da subito che questo disco è a parere di chi scrive uno dei vertici qualitativi tricolori di quest’anno: un disco solido e coeso, di uno spessore e una maturità che è sicuramente raro trovare già in un esordio. La profondità e la stratificazione di fonti alla base del sound Omake è vasta e variegata, per un album che riesce a trovare un equilibrio unico e affatto facile tra la sua stretta linearità e la coerenza interna, rese attraverso un suono personale e un’estetica costante lungo tutte le tracce. Si stempera inoltre il rischio “monotonia” nascosto dietro l’angolo grazie a una fluidità e una grande classe nell’amalgamare suggestioni tra le più disparate.

È infatti un cantautorato dalla sensibilità marcatamente post punk, la base di partenza, talvolta anche screziato da vaghe reminiscenze più folk; le canzoni sembrano essere state scritte in solitudine, al buio, con una chitarra in mano. Tutto questo poggia però le proprie fondamenta su un tappeto sonoro sintetico e curatissimo che è un elegante ibrido tra elettronica e hip hop di alta classe, solcato di frequente anche da lontani echi dell’R&B tanto di moda negli ultimi tempi. La sommatoria di tutte queste componenti dà come risultato un suono caldo e avvolgente, denso e levigato, intimo e struggente, in cui la raccolta emozionalità del soggetto si compenetra senza rotture con l’eleganza del mezzo utilizzato per veicolarla.

Il primo piccolo capolavoro è collocato già in apertura: il crescendo di Darkside/The Fighter è sapientemente costruito stratificando e levigando beats hip hop, sofferti lirismi e malinconici campionamenti di chitarra; segue il perfetto singolo Purest Love con i rimpianti Trust di Candy Walls a salutare dal finestrino, ma filtrati attraverso tutto l’impianto estetico che abbiamo descritto, per una risultante personale e per nulla derivativa. Tutto il disco prosegue su questi binari, alternando fluidamente episodi più radicalmente elettronici (come l’ottima collaborazione con Machweo, Slowrunner, Korsakoff e Woman), ritorni ad un’acustica più essenziale (Deer/The Hunter, la conclusiva Florida) e armonici innesti di entrambi gli emisferi (Nighthawk e Like a Snake, as an Eagle).

Un’opera prima che ha la profondità e la compiutezza necessarie per crescere ascolto dopo ascolto senza mai scadere. Due spanne sopra tante altre cose sentite recentemente.

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