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Ascoltare Pierpaolo Capovilla cantare in inglese avendo la consapevolezza che è stato proprio lui a istituzionalizzare, con la parabola de Il teatro degli orrori, un modo di declamare in italiano tagliente e morfologicamente ben aderente agli spigoli di un certo rock particolarmente rumoroso, fa sempre un certo effetto. Con la band-madre momentaneamente in stallo, e a sette anni dall’ultimo disco A Better Man, torna però a fare capolino il marcuseiano uomo a una dimensione, qui rappresentato dal frontman, da Franz Valente e da Carlo Veneziano, e con lui tutto l’armamentario noise anglofono del power trio.

You Don’t Exist non è però solo un nuovo capitolo di una storia parallela tra consorelle urticanti, ma anche un ritorno a un suono decisamente più grezzo rispetto al disco precedente, e maggiormente legato agli esordi della band (qualcosa di simile a 1000 Doses Of Love!, ma tecnicamente molto più evoluto). Un approccio che non si pone troppo il problema di farsi ricordare per un qualsivoglia taglio di melodia, affidandosi invece a un bastonare tellurico che cerca lo scontro sferragliante, la costante frizione tra chitarre elettriche, voci e batteria (con un Valente a fare le veci del solito mitragliatore instancabile). In alcuni frangenti quel salmodiare in bilico tra recitato e cantato (In the Middle of The Storm) ricorda la band in cui militano i soli Capovilla e Valente, a dimostrazione che gli universi a volte si intrecciano – del resto la produzione artistica “laccata e metallica” tipica degli ultimi dischi de Il teatro degli orrori aveva contaminato il precedente A Better Man degli One Dimensional Man – come è naturale che sia, vista la vicinanza tra i “sistemi musicali” a cui le due band fanno riferimento.

You Don’t Exist è però un disco che ha il pregio di andare dritto al sodo e senza troppe remore, tra spasmi nervosi al cardiopalma (Don’t Leave Me Alone, No Friends) e l’esigenza di prendersi spazi quasi inaspettati (The American Dream sembra un omaggio al primo Nick Cave, quello di dischi come From Her To Eternity o The Firstborn Is Dead, e non è niente male), col fine di portare a casa il risultato più con il sudore sprigionato, l’impatto senza compromessi (In substance è un delirio psicotico alla maniera dei migliori Jesus Lizard), la dialettica strettissima tra i musicisti, che per aver prodotto brani che ti si piantano in testa nell’immediato. Probabile che il concept alla base del disco – «uno spaccato di vita quotidiana nell’oscura contemporaneità in cui insistono le nostre esistenze», con temi come «la guerra, l’individualismo, l’indifferenza, la disgregazione sociale» – abbia influito su un suono che ha la grazia di un martello pneumatico e la violenza di un deragliamento. Come dargli torto?

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