Recensioni

7.5

C’era da aspettarselo che nell’anno domini 2002 su New York si sarebbero accesi riflettori potentissimi, e non sto parlando di quelli che hanno celebrato, simulandone e sublimandone la fisionomia, le torri del World Trade Center.

Abbastanza prevedibile che sotto al fascio di luce sia finito un brulichio di promesse interessanti (Secret Machine, Liars, Yeah Yeah Yeahs), anche se talora le aspettative mi sembrano francamente sproporzionate (Radio 4, Interpol). Ma a sorprendermi davvero sono stati gli Oneida, che con Each One Teach One hanno probabilmente firmato il loro capolavoro, destinato a lasciare un segno nei mesi – se non negli anni – che verranno: un’impetuosa, potente, devastante rielaborazione di istanze psichedeliche al livello di Telephatic Surgery dei Flaming Lips o Yerself Is Steam dei Mercury Rev.

Immaginatevi un bateau ivre termonucleare guidato dagli spettri di Troggs, Captain Beefheart, Blue Cheer e 13th Floor Elevators! Difficile?

Aspettate, perché lungo la rotta si imbarcano Stooges, Neu!, Devo, Gang Of Four, Killing Joke, Slint, Kyuss e Aphex Twin (potremmo continuare), tutti bramosi di azzannare il midollo della modernità senza rinunciare ad un grammo di intransigenza, ad un barlume di visione. Che è cruda, nera, terribile, ma anche vivida ed eccitante, un tritacarne per cervelli assopiti, bava gelata lungo la schiena, il bagliore di scenari mistici e indecifrabili…

Due dischi per circa un’ora di musica complessiva (come fossero mini album figli di conati limitrofi): al primo il compito di contenere due tracce – poco meno di un quarto d’ora per Sheets Of Easter (un martello, un’ossessione ai limiti della sostenibilità, un raga parossistico sparato ad alzo zero senza intenzione di fare prigionieri) e quasi diciassette minuti per Antibiotics (funk convulso e digrignante, l’organo un succhiello, le chitarre cataratte e bestiole d’inferno, nel finale una salmodia pastorale su bordone allucinato) – mentre il secondo ne ospita sette, dagli artigli-su-vetro di Each One Teach One (la minaccia dei droni, la macina delle corde, la stolidità belluina del canto, il ricamo ossuto della batteria: un pezzo esplosivo) all’esotismo sfibrato di No Label(ciondolio di piano e tamburelli, filigrana stridula di chitarra, danza claudicante delle marionette assassine), passando dalla pulsazione magnetica di People Of The North (come dei Suicide riprocessati dai Primal Scream, strizzando l’occhio agli U2 di Achtung Baby) e dal raga cibernetico di Number Nine, quindi dalle escrescenze funky disinnescate di Sneak Into The Woods al sordido stomp di Black Chamber (come dei Canned Heat resuscitati a suon di mescalina), senza dimenticare la scricchiolante tessitura ritmica (piano-tamburo-campanello-tastiere) di Rugaru, lacerata a furia di vocoder invasato, come una psichedelia rinculata, rispedita al mittente senza appello.

Anche nei momenti più scellerati tastiere, chitarre e batteria si impastano in un terremoto vorticoso però mai caotico, anzi lucido come gli spietati congegni ritmici dei Polvo, frenetico e scomposto come la profusione This Heat inscenata dagli El Guapo, veemente come la flagranza wave dei ritrovati Wire, il tutto avvolto in una membrana di sussulti sintetici che lo fanno sembrare il prodotto naturale dei tempi, la fibrillazione di un suono che esplode di sovraesposizione, colluso con l’intossicazione di segni e informazioni dei nostri giorni.

Per ciò che mi riguarda, non riservo a questo disco l’eccellenza solo per il sospetto che molto arrivi dal mestiere, da quel progetto di “scena” che il recente split (peraltro non straordinario) con i già citati Liars non fa altro che confermare. Il tempo, naturalmente, emetterà il giudizio più opportuno: va da sé che sarò ben felice di ritoccare il mio voto. Verso l’alto.

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