Recensioni

Tribale come le cose che ci sono piaciute nell’america dei tamburi del nostro speciale, psychedelico come l’altro fiume in piena undergound, sempre analizzato in queste pagine, cerebrale e scherzoso come un parto di San Francisco fine Settanta, e infine post-punk, parola chiave e ombrello attorno al quale gira tutto ciò che nell'(avant)rock ci è sempre piaciuto.
A tre anni dal già notevole Taiga, Yoshimi si ripresenta in quartetto e con il sorriso tranchant proprio solo dei grandi. In pratica ci dirà che tra Gang Of Four, Wire e il mondo krauto più fricchettone non ci sono né barriere né impedimenti. E che le cose possono anche lievitare e diventare misticheggianti senza perdere in forza e impatto. Poi, se le energie in campo sono quelle dello yang piuttosto che dello ying, la sensibilità apre prospettive e traiettorie imprevedibili e davanti alle orecchie hai un souno totale che non dimentica neppure la lezione gli ultimi Boredoms in veste live: si può essere punk partendo da ferree discipline orientali. E se qui di regole non ce ne sono, e fare ritmo significa liberarlo in cielo, è ancora il pensiero a orientare le azioni, seguendo l’intimo carattere play(ful) della musica, e così coordinando braccia e spirito.
Le Oh oh eye oh oh si muovono talmente bene che pensare in grande viene spontaneo. E’ il corpo rock, bruciato sotto l’altare di chissà quale panteismo, a resuscitare. E ancora una volta ne esce rinnovato, come dei Pop Group per i Duemila, e senza imbarazzi di paragone sentita quella chilata di funk ancestrale (motore Mark Stewart per eccellenza) unito a un tribale che le Slits possono (e potevano) soltanto immaginare. E infine, cari progger, questo è anche un disco per voi, fatto com’è di cambi ritmo, altri stili ancora, accelerazioni, incastri, Ibiza, fare da concept dedicato a Gaia ecc. Tagliando corto: una delle band ’00 con il più alto peso specifico in circolazione.
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