Recensioni

Chiudevo il live report sulla prima edizione dell’Optimus Primavera Sound dell’anno scorso con l’inutile proposito “ci sono delle oasi, rubiamole”. E come spesso succede non ci siamo fatti ladri d’idee, noi italiani, solo osservatori, come al solito. Eppure ci rimettiamo in cammino, come ogni anno, sempre di più, verso la penisola iberica, in sella a questo freddo squarcio primaverile; chi verso i fasti sempre più roboanti del Primavera Sound Festival (qui il live report dell’ultima edizione), chi invece verso la deliziosa e minuta appendice lusitana. E la seconda edizione di Oporto non delude, fra piccoli indizi di quel che sarà negli anni a venire, sia chiaro materiale per i cronisti più puntigliosi, come l’introduzione del Palco Pitchfork, la soppressione della domenicale passerella finale presso la meravigliosa Casa della Musica, e ancora, l’estensione sempre più invadente dell’area vip, oltre a mille altri particolari di un’organizzazione che sfiora la maniacalità – e ben venga tutto questo.

E ancora, la line up con headliner da competizione in comune con la consociata basca (Nick Cave and the Bad Seeds, Blur, My Bloody Valentine, in ordine di apparizione nella tre giorni) a differenza dell’edizione 2012, più variegata e ben distribuita – se l’anno scorso all’orario aperitivo c’era Jason Pierce con i suoi Spiritualized quest’anno c’è Neko Case, con tutto il rispetto per quest’ultima. L’edizione 2013 sarà ricordata come l’anno della svolta, dunque, in tutti i meravigliosi sensi che una manifestazione di questo tipo si porta appresso, a cominciare dalle 75.000 presenze diluite nei tre giorni. A fare da contorno a tutto ciò il solito Parque de la Ciudade, luogo incantevole e ben collegato con il centro città (vedi la pista ciclabile appena rinnovata), uno scenario che – vista la maestosità e le possibilità logistiche dello spazio e la disponibilità dell’amministrazione di Oporto – lascerà sedurre gli organizzatori verso un percorso di crescita che s’intuisce inarrestabile, con gli ovvi pro e gli inevitabili contro. Proseguiamo in ordine sparso.

Gli Sfiorati. I Fuck Buttons – penalizzati dall’orario quasi mattutino e dalla location, l’ATP Stage, luogo suggestivo attorniato da boschetti, ma che mal s’addice al duo inglese – si riscoprono volenterosi e feroci, ma, troppe volte, troppo pronti nel disperdersi tra lungaggini psicotroniche piacevolmente estenuanti inizialmente ma alla lunga noiosette, si salvano i cavalli da battaglia di un lustro fa, vedi l’invereconda Bright Tomorrow, un incendio doloso. O i Local Natives, premiati con il palco principale, l’Optimus, ma vittime predestinate dell’unica atmosfera di cui sono capaci, gonfiata e curatissima, ma sostanzialmente incapaci di distinguersi, nonostante il taglio dei capelli. Stesso discorso per i Wild Nothing, volenterosi certo, ma senza mordente e bisognosi di una sferzata (l’ultimo ep, Empty Estate, se per questo sembra benaugurante), altrimenti belli e pronti a sprofondare nel mare magnum delle band retromani cadute in disgrazia: monomaniaci. Gli Explosions in The Sky regalano ciò che l’anno scorso ci avevano negato all’ultimo (dolorosissimo forfait dell’ultima ora), fedeli alla linea come non mai, non serve aggiungere altro: un’odissea, in tutti i sensi.

Stesso discorso per i Fucked Up, pronti ad offrire al loro pubblico ciò che vogliono, sudore tra i corpi e acidità tra gli accordi. Menzione speciale per i The Drones (in sostituzione di Rodriguez), autori – secondo il sottoscritto – della migliore interpretazione dell’intera tre giorni, una River of Tears glaciale, maestosa nel fare ombra all’intero pomeriggio lusitano, perfetta sintesi del loro acid blues assolato; il resto è maniera, e che maniera. E infine, l’unico vero sfiorato, quel Daniel Johnston capace sotto il sole cocente di confondere le lacrime di tutti. Un cantato che si fa rincorsa, piegato sul leggio quasi a mangiarli quei versi perché affamato, e poi ammorbidito dall’incredibile affetto dei presenti; un omone incapace di cose normali, a prima vista fragile come uno dei suoi versi, e invece, dopo un’ora di set, invincibile nonostante gli occhi bassi perenni. Pura sofferenza e magnificenza per tutti, chissà per lui. Meglio non indagare.

Caos Calmo. I Deerhunter si rivelano. E regalano il miglior live dell’intera tre giorni. Intabarrati nella loro immobilità e dal freddo che contraddistingue la prima serata, deliziosi quando si affievoliscono in appena nate litanie pop (vedi T.H.M o), violentissimi e mai irrequieti quando s’asserragliano in trincea come nella conclusiva e inarrestabile Monomania, perla dell’ultimo omonimo disco. A condire il tutto un Bradford Cox particolarmente vispo e dei volumi infiniti. In una frase, a più bella dicotomia del rock indipendente attuale, sempre rincorrendo ogni possibile sfumatura. Le Savages poi. Una presenza scenica fotografata – a dir poco – da Corbijn, un set di mezz’ora che è corda tesa fra quattro soldatesse new wave, scure ed emozionate come mai. Bocche aperte e scatti a tratti epilettici, tra le prime file. La voce si sparge, Il Pitchfork Stage si riempie all’inverosimile, gli occhi sbarrati a fronte della doppietta iniziale, Shut Up + I Am Here. Le Savages sono forma e sostanza. Se si rivoluzioneranno ad ogni scatto, diventeranno delle istituzioni nere, da incorniciare, da farci dimenticare il passato da cui hanno preso a piene mani. Si salvano, a differenza dei sopraccitati Local Natives e Wild Nothing, i Grizzly Bear, che, nonostante i problemi tecnici – voce inesistente che manco Kevin Shields, batteria a sommergere il tutto che nemmeno gli Om – regalano ad un pubblico sterminato un set eterogeneo e pulsante, tra slanci vitali (Sleeping Ute) e redenzioni (l’allucinata Yet Again) che sanno di preghiera comune per i venti mila accorsi.

Sullo stesso piano, ad un passo dalla perfezione formale, i Liars, voraci come non mai, così consapevoli da lasciare fuori dalla scaletta i pesi massimi della loro carriera per concentrarsi sull’ultimo WIXIW. A chiudere il delirio in falsetto di Brats e un inedito dal sapore cosmico, quasi sognante. E ora i mostri assoluti. Nick Cave invece uccide il Festival già il primo giorno. Un live infuocato, inginocchiato verso i devoti, a caccia di peccatori (eufemismo) tra le prime file. Un best of – a parte tre pezzi dall’ultimo, l’ottimo Push the Sky Away – capace di racchiudere in un’ora e mezza l’essenza dell’autore australiano. Un Cave sagitato, scenico ai limiti dell’onnipotenza, sorretto magnificamente da una band che suona da (o con?) Dio (l’assenza di Mick Harvey, surclassata da un Warren Ellis che per una volta punta al sodo, riempiendo i vuoti, dosandosi con cura). Il tutto rimanendo credibile, credendoci, e non è poco. Chi l’avrebbe detto: originale.

La coscienza del passato. Cosa dire del live post-reunion dei Blur che non sia già stato detto? L’opposto di ciò che è stato appena argomentato per Nick Cave. L’obiettivo è lo stesso, regalare uno scorcio approfondito del proprio repertorio, soprattutto in chiave festival dove i tempi sono strettissimi e il pubblico eterogeneo. Premettiamo, a voler essere diffidenti su tutto, qui non si mette in dubbio il grado di coinvolgimento dello show, a tratti emozionante, vivo, per nulla svogliato, sarebbe impossibile col repertorio della band inglese. Ma. Ma dell’altro, infatti qui il problema non è il cosa, ma il come, l’atteggiamento della band, la predisposizione. Con i quattro inutilmente esagitati, lo spettacolo sa di presa in giro, di divertimento forzato e inutilmente sopra le righe. I Blur sul palco non danno l’impressione di divertirsi, non emerge nessuna verità, quasi fingono di emozionarsi, di divertirsi. Una celebrazione vuota, e chiudiamola qui questa piccola polemica, doverosa precisazione per i più diffidenti.

La reazione del pubblico? E’ tutto un indistinto riverbero di corpi, affamato, e, appena finisce tutto, un po’ vuoto. Un ricordo, ecco. Il ricordo di una celebrazione Ci sono reunion e reunion. E dei My Bloody Valentine? Inesistenti, la voce un ricordo a rendere il tutto a tratti monotono e fuori tempo massimo. Una lunga coda dove nulla si distingue, e ad emergere è la maniacalità di un ritorno live che dopo l’uscita dell’ultimo disco non ha più nulla da trasmettere se non la fedele rappresentazione di un mondo irraggiungibile, passato, mai resuscitato, come la colonna sonora di un sogno.

Inclassificabili le Breeders, sorridenti e ben disposte le due sorelline, è vero, ma completamente fuori tempo massimo, fra stonature inqualificabili e pose ingessate. Il pubblico sembra comunque apprezzare, come d’altronde il live dei Dead Can Dance, raffinatissimo e invincibile, ma alla lunga estenuante nella sua maestosità ri-costruita, irraggiungibile, che mai stringe lo stomaco. Altra cosa i Dinosaur Jr., travolgenti come non mai. Una seconda giovinezza. Ad avercene. Stesso discorso per gli Swans, ancor più vicini alla proposizione di un live definitivo, anzi, alla definizione di apocalisse applicata al live. Nessuna seconda giovinezza, qui, si tratta di rinascita. Epocali.

In conclusione, le vecchie glorie – quasi tutte – se non al macero, in ricovero preventivo, e le nuove leve sugli scudi, pronte al grande passo. E le ancor più piccole realtà che sorprendono per freschezza (Melody’s Echo Chamber), attitudine (Glass Candy), per già manifestata grandezza (James Blake). Il resto ai limiti della perfezione, indistintamente, completamente. L’anno scorso chiudevo l’articolo parlando di futuro (per l’Optimus Primavera Sound), di speranza (riflessa, per l’Italia). E quest’anno, come sintetizzare il tutto? Qui il presente è grandioso (e come potrebbe essere altrimenti, nel 2014 ci sono i Neutral Milk Hotel…). Gli altri emigrano, il tempo di un weekend.

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