• dic
    01
    1960

Giant Steps

Atlantic Records

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A cinquant’anni dall’esordio sulle scene musicali, a quattro dall’ultimo album in studio, Ornette resta un grande mistero. Probabilmente a torto, sia chiaro. Carattere timido, sguardo tenero, notevole – ma innocuo – curriculum di stranezze artistico-biografiche (il sassofono di plastica bianca, la fissa per il violino, l’abbigliamento spesso e volentieri infantilmente bizzarro), eternamente incapace di spiegarsi a parole anche quando interrogato su quella che pure considera la sua più grande invenzione: Franco Fayenz ha sbobinato i discorsi di Ornette sull’armolodia, concludendo che si tratta di un’accozzaglia di mezze teorie musicali, tutte per altro già note prima di lui. Probabilmente il padre del free jazz è davvero la personalità naïf che sembra essere, un placido ma determinato eccentrico, “quello che suona sbagliato” (la definizione è di Mingus), che ha avuto la giusta intuizione e – soprattutto? – la giusta dose di testardaggine per perseguirla e svilupparla, de facto, in un mondo che lo ha a lungo reputato, a seconda dei casi, un pazzo, un incapace, un fallito, un truffatore (esattamente come era capitato a quel pittore il cui White Light campeggia opportunamente sulla copertina del disco in questione: Jackson Pollock). E’ stato invece – inconsapevolmente? – uno dei pochi veri rivoluzionari del jazz: semplicemente, il propugnatore di una sensibilità musicale diversa. John Coltrane era affascinato da quello che suonava Ornette, ma non lo capiva. Solo dopo qualche anno di frequentazione e di pratica si convertì al verbo free e, in coincidenza con le session del suo magmatico Ascension (fortemente debitore di questo Free Jazz colemaniano), spedì a Ornette un telegramma con dentro trenta dollari, tangibile segno di riconoscenza.

Tra i titoli lanciati come proclami dal sassofonista texano tra fine anni Cinquanta e i primissimi Sessanta (Something Else!!!!, Coleman Classics Vol. 1, Tomorrow Is the Question!, The Shape of Jazz to Come, Change of the Century, This Is Our Music, The Art Of Improvisers), questo è certamente quello più programmatico, fortunato, importante, non il più bello: Free Jazz, con la sua unica traccia lunga quaranta minuti, è il primo album di sola improvvisazione della storia. Ornette si autoassegna la corona di primo equilibrista jazz a percorrere il filo senza rete (il supporto armonico), manda alle ortiche il pianoforte e organizza una battaglia tra due quartetti fortemente orientati in senso percussivo, lambendo le soglie dell’atonalità. Lui guida la formazione con Don Cherry alla pocket trumpet, Scott LaFaro al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria (e che sta sul canale sinistro dello stereo); Eric Dolphy, al clarinetto, quella con Freddie Hubbard alla tromba, Charlie Haden al contrabbasso e Ed Blackwell alla batteria (sul canale destro).

Il free è uno dei modi musicali più largamente fraintesi (e banalizzati e traditi), ma solo uno sciocco può davvero pensare che quello che c’è qui dentro sia rumore disorganizzato: è esattamente il contrario. Free Jazz è libertà delle trame melodiche – ispide, arruffate, grumose quanto si vuole – che si intersecano, nell’alternanza tra parti scritte – e sono i momenti di unisono che ritroviamo sottolineati nella First Take pubblicata nelle ristampe cd – e parti improvvisate, con gli strumenti che si rincorrono sopra una base ritmica perennemente fluttuante. Sgraziata eleganza. Ma si swinga molto, a tratti, e così pure si sente chiaro e forte da dove venga Ornette (blues e bebop) e dove cercherà di andare (la contemporanea), con profezie sonore quasi incredibili, eppure incredibilmente vivide, innegabili: si sente chiaramente il Captain Beefheart di Trout Mask Replica.

Come le tele di Pollock, Free Jazz non si chiude: comincia e finisce – dopo un solo di batteria – con lo stesso schizofrenico e sinistro tema, che resta però come sospeso. Proveranno altri a chiuderlo, goffamente, figli degeneri.

3 settembre 2010
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