Recensioni

L’armolodia. Una teoria poco chiara. Un mistero. Una beffa. Una leggenda metropolitana. La cortina fumogena dietro la quale Ornette Coleman schermì il proprio percorso artistico sulle tracce di un linguaggio nuovo, che nei primi anni sessanta si sviluppò fino a catalizzare le energie dei principali jazzisti. L’altosassofonista texano classe 1930 fu tra i primi ad intuire che lo sgretolamento del canone armonico era conditio sine qua non per consentire alle sbrigliatezze formidabili del be-bop di spiccare il volo. Per Coleman, tecnicamente incapace di stare al passo coi boppers più virtuosi però in possesso del segreto che rendeva una composizione speciale, la melodia era una bestiola meravigliosa e selvatica da prendere al lazo ed ammansire senza educarla troppo. Conservandone quel po’ d’estro insidioso, spigoli e spasmi a punteggiarne il manifestarsi sinuoso, dinamico e carezzevole. Per questo fin da subito le sue composizioni catturarono l’attenzione dei più autorevoli colleghi. Proprio come il suo ispido stile al sax – prima tenore e poi alto, sovente di plastica – gli guadagnò critiche feroci.
Tuttavia Something Else!!!!, un Contemporay del 1958, ottenne un certo, meritato successo. In quel disco agiva un quintetto dalla struttura ancora “canonica”, che però col successivo Tomorrow Is The Question! – l’esordio su Atlantic del 1959 – venne a mancare, rinunciando al pianoforte ovvero al principale supporto armonico su cui tessere le improvvisazioni. Le quali divennero così esse stesse la trama di un discorso melodico portante, proteso al compimento ed arricchimento incessante di sé. Una lancinante litania blues senza appigli, in volo libero sulla modernità incalzante. La strada che di lì a poco porterà a Free Jazz (Atlantic, 1960) era già tracciata. Ma se quest’ultimo sarà il calderone “definitivo”, suite improvvisata per ottetto anzi doppio quartetto sulla cui valenza ancora oggi le discussioni fervono (non sulla sua importanza), l’intermedio The Shape Of Jazz To Come arrivò come una cuspide essenziale e vibrante. Col trombettista Don Cherry, il batterista Billy Higgins ed il bassista Charlie Haden, Coleman imbastì un quartetto stellare al servizio di sei pezzi scritti di suo pugno: una Peace che si snoda pensosa e sottilmente ansiogena, una Chronology che coglie febbrili frutti bop senza rete, una Focus On Sanity che trasfigura drammi e capricci mingusiani, una Eventually in piena frenesia da disarticolazione ma con quale lirismo, una Congeniality che chiama in causa Monk ammiccando Henderson, infine e soprattutto una Lonely Woman rutilante e scentrata come una trottola sghemba nello struggente squallore d’un interno metropolitano.
Basso e batteria celebrano una mischia di atavico e contemporaneo, ritmi tribali e tensione seriale, mentre tromba e sax giocano a pennellare colori senza disegno, come spasmi pittorici fauvisti in cerca di purezza e astrazione. Affondando pur sempre il sentire e il sapere nel denso calamaio dei blues, il cui repertorio di segni appare finalmente rinnovato perché capace di accogliere in pieno l’estetica e la funzionalità della musica – della cultura – afroamericana, oltre ogni vigente stilizzazione e sistematizzazione. Un’emancipazione pericolosa perché semanticamente equivoca nella sua inesplicabile polivalenza, in cui l’autore o investe tutto se stesso – non solo il suo essere musicista – o non trova sponde che gli impediscano la caduta. Libera, naturalmente.
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