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A distanza di quasi quarant’anni dal suo concepimento (con successiva débâcle finanziaria che ne causò l’arresto a tempo indefinito), approda sugli schermi The Other Side of the Wind, film incompiuto di Orson Welles, il quale nelle intenzioni avrebbe dovuto segnare il ritorno del leggendario regista di Quarto potere a Hollywood dopo anni passati in esilio (vedi alla voce Europa), alla ricerca infinita di quei finanziamenti che gli consentissero di continuare il proprio lavoro mantenendo inalterata la libertà e il controllo sulla sua opera. Riprese durate dal 1970 al 1976, blocchi alternati per mancanza di finanziamenti o per dietrofront dei produttori; solo la morte impedì definitivamente a Welles di portare a compimento il suo progetto, indubbiamente ambizioso, come quasi tutta la sua carriera (e la sua vita). Nel 2017 Peter Bogdanovich, dopo anni di incertezza e ritrosia, decide di completare l’opera del maestro con l’aiuto del montatore Bob Murawski per ricavare un’opera che rifletta il disegno principale del suo autore dalle oltre 100 ore di pellicola girata in fase di riprese.

Al termine della visione Fuori concorso alla 75a Mostra di Venezia, l’operazione filologica condotta insieme all’ausilio produttivo (e distributivo) di Netflix può dirsi compiuta. The Other Side of the Wind è l’ennesimo schiaffo di Orson Welles all’ipocrisia che a Hollywood regna sovrana e che sorprende per la sua incredibile attualità e per le sue continue riflessioni sul mondo dell’arte e sugli effetti deleteri dello show business. Ad emergere – e non potrebbe essere altrimenti – è anche l’ossessione e la paranoia per l’occhio della telecamera che grazie a un escamotage narrativo è onnipresente in scena, così come è evidente e perfettamente congegnato all’interno dell’operazione il tema (costante in Welles) del doppio e del simbolismo implicito in esso (in questo caso si aggiunge anche un terzo piano di lettura che va a configurarsi con l’operazione tecnica operata dal Bogdanovich del presente che guarda a Welles come a un simulacro pieno di ingegno e qualità indubbie, ma anche di parecchi e inquietanti lati d’ombra).

La parabola crepuscolare di Jake Hannaford (un sensazionale John Huston) si fa quindi specchio non solo del pensiero wellesiano, ma di Welles stesso (nonostante il modello principale e dichiarato rimanga ovviamente Hernest Hemingway); come lui, la figura del regista si erge su tutto quello che lo circonda come un dio sceso in Terra per dettare la sua legge e dissolversi lentamente e inesorabilmente in una notte. Se il personaggio manca però quasi completamente di quello slancio epico e romantico frutto della mente del geniale scrittore dell’Illinois, The Other Side of the Wind – nonostante l’apparente facciata cinica – è una pellicola che trasuda romanticismo. Welles, infatti, pur criticando aspramente ogni aspetto della macchina produttiva che strozza l’ispirazione a favore dell’incasso facile e mortifica l’artista con il bisogno di chiarezza e assoluta comprensione, non può non rimanere ancorato a tutto ciò che Hollywood ha sempre rappresentato per chi brama ardentemente far parte del suo circolo privilegiato. Così, accade che Hannaford, nonostante la sua virilità costantemente ostentata (c’è anche più di qualche sottile suggerimento alla sua probabile natura bisessuale) e la sua fluente sfacciataggine, risulti il personaggio più oscuro di tutti e quello che probabilmente ha più interesse a nascondere (nonostante la richiesta fuorviante del” tutto deve essere ripreso”), quasi si trattasse di un Kurtz ante-litteram e di senso diametralmente opposto.

Il rapporto tra maestro e discepolo (con quest’ultimo pronto a fagocitare l’altro quando se ne presenta l’occasione) è la chance che Welles sfrutta a proprio vantaggio per esaltare la sua figura e per decretare il fallimento totale della desiderata città-industria; il Brooks Otterlake di Bogdanovich è un regista di successo, ma la cui cifra stilistica è nulla, presa in prestito, se non copiata tout court, dal lavoro di altre persone; un discorso sulla mediocrità anch’esso irrobustito da un romanticismo sottocutaneo importante che non relega il pensiero del suo autore nell’ordine della critica spicciola. Welles al suo rientro a Hollywood è un fiume in piena e sfrutta il simulacro condotto da Huston per scagliare tutte le frecce del proprio arco. Tuttavia, se le vittime di Hannaford sembrano essere i vari Antonioni, Bertolucci e i registi-critici della Nouvelle Vague (ci sono anche le musiche di Michel Legrand), in realtà Welles dichiara il suo amore incondizionato per questi ultimi: rimettendo in scena una versione scimmiottata di Zabriskie Point, sconvolgendo l’unità di spazio e di tempo (e di colore) nel vorticoso montaggio, il regista non fa altro che prendersela con il pubblico, sempre più indotto a non capire, sempre più restio a una partecipazione attiva del lavoro dell’autore.

Insomma, a quasi 33 anni dalla morte, Orson Welles risulta ancora profondamente attuale, sia per le dinamiche produttive di una città-stato che nonostante i decenni si rifiuta di rinnegare la propria arretratezza (con il bigottismo sempre pronto ad approfittarne), sia per un discorso meta-narrativo sulla condizione di perenne infelicità e insoddisfazione dell’artista. Negli anni a venire si avvicenderanno infiniti e promettenti pseudo-Welles e di volta in volta sarà sempre più arduo ritrovare nel buio di una sala l’opera che avevano partorito in quella notte di massima ispirazione.

4 Settembre 2018
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