Recensioni

Il ritorno di Markus Popp al primigenio Oval, stando ai comunicati della Thrill Jockey, sembrerebbe un nuovo esordio, così diverso da giustificare sia il primo Ep-assaggio Oh e poi questo doppio di settanta tracce. Le novità, pare vadano cercate dallo straniamento per l'universo digital-elettronico di Popp, il suo de-pensamento della techné da cui si sentirebbe oramai lontano, il bisogno di formattare software ed algoritmi digitali.
Eppure dai lidi erronei dell'era-glitch, Oval non si è mai distaccato veramente e così ad emergere nei suoi piccoli microuniversi è più il restyling formale che il sorpasso ossessivamente annunciato. I gap tra un passaggio e l'altro, il rigore e l'astrazione, Kant e zen, restano la sua firma caratteristica; niente è veramente cambiato: ciò che appare diversa è la performabilità, fare glitch più con gli strumenti che col laptop.
Se i suoi primi lavori, Dok e 94 Diskont, erano opere di caos e iperboli digitali, O prova la carta della formula processing-chitarristico insieme a sottili interventi di sintetizzatore, con improvvise quanto devianti sezioni di batteria. Proprio quest'ultima, tra contorsionismi free-jazz dall'imprescindibile vicinanza a Chicago Underground Duo, poteva essere l'antitodo e l'arricchimento che un disco come questo, pieno di esercizi triti e ritriti, necessitava. La weltanschauung di Popp invece è ancora permeata di quel glitch che molti dei suoi colleghi sono stati capaci di rinnovare con approci più complessi e felici (Fennesz, Matmos, Vladislav Delay…).
Sarebbe stato buono esattamente una decina d'anni fa…
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