Recensioni

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Toronto è la scena promessa della terra neofolk. Non si direbbe, stando alle lagne di Owen Pallet, violinista negli Arcade Fire e titolare del progetto Final Fantasy: troppo pop perché convinca i ruralisti, poco intimista per suonare malinconico, troppo raffinato per suscitare le brume dei violini stile Dirty Three. La Penguin Cafè Orchestra lo citerebbe per plagio (onore al compianto Simon Jeffes…), dopo un giro di consultazioni con i legali di Michael Nyman e Steve Reich. Per ciò che concerne il tributo a Nick Drake (Adventure. Exe), chi ha orecchie per ascoltare…

Di materia da classifica trattasi: melodie stantie e melomanie epidermiche. Impressionista e chiaroscurale ma non troppo, situazionista e razionalista al tempo stesso, ché saccheggiare a destra e a manca non guasta, per chi mira a comporre a pagamento (stile l’ultimo Mozart alimentare…) arrangiamenti per archi per locali illustri e meno illustri. Il clichè del genio pazzoide che della strada fa tesoro, la metafora del menestrello fuori dal coro, in libera uscita e funambolicamente proletario, non regge di fronte a sfaccettature monotone, desolanti ma non sussurranti.

La selezione timbrica non dilata un concrescimento strutturale, elettroliticamente insolubile; il lirismo trasuda una precottura stilematica, senza generare twilights di confine e nutrendosi di sommarie mistificazioni, dedite all’accalappiamento di mercati modaioli, cui somministrare acquarelli ridotti coi temi facili facili dello steel pedal, mascherati di ruggine esistenzialista.

Certo, la classe non è acqua. E qui, di liquidi ce ne sarebbero, meno melliflui di un caffè irlandese, più incisivi di una crema al whisky, ma che, per il momento, generano arsura e secchezza delle fauci. Se son rose…

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