Recensioni

7

Un quadruplo disco. Quasi quattro ore di musica, come testimoniato dalle cifre che compongono il titolo dell’opera, nonché dal ‘4’ finale, se fosse ancora necessario ribadire il concetto.
Quando ci si trova di fronte ad esperimenti faraonici del genere, viene spessissimo da calibrare valutazioni di un certo peso (“La summa della loro arte”, “La loro Bibbia”, “Tour de force rappresentativo di una carriera”, “Suprema sintesi riassuntiva” e via dicendo); in effetti le aspettative per quest’album sono alte, pari forse alle perplessità che hanno suscitato le recenti prove della ditta Vainio e Vaisanen. Soprattutto in occasione dell’ultimo Aaltopiiri (Mute, 2001) il duo, coerentemente con quanto sviluppato in precedenza, aveva disinnescato quasi del tutto la componente ritmica per asservirla a lunghi (quanto interlocutori) ondeggiamenti siderali.

La forma estetica avrebbe potuto benissimo richiamare alla mente l’affascinante finale del film The Thing di Carpenter dove i superstiti di un eccidio horrorifico, procurato da bestie mutanti infettate da virus alieni, consumano le loro ultime ore di vita fuori di un hangar distrutto nel mezzo dell’inverno polare attendendo così soccorsi che non arriveranno… mai.

Quest’immagine bellissima, simbolo di una catarsi terminale e del congelamento definitivo di un segreto che toglierebbe la fede anche al papa, è la misura di un qualcosa che non può – o perlomeno non dovrebbe – essere riesumato, pena l’incorrere in gravi speculazioni e meritate critiche. E infatti, partito dalla techno più minimale, il sound dei (pan)sonici ha finito per lasciare sul palato degli ascoltatori un sapore sempre più forte d’autoindulgenza.

Questo quadruplo album pare infatti essere animato da un processo di smaterializzazione, che da un evo riesumante le allucinazioni psicotiche della New Wave più pestifera (Suicide) e dell’industrial più minaccioso (Throbbin’ Gristle) – tra Endless, l’album a firma Vainio/Vaisanen/Vega e le performance più agguerrite del duo, continua in un limbo di ritmi e sequenze interlocutorie (come a voler sfaldare l’impeto Clock DVA in scorie radioattive), giungendo infine a fluttuazioni isolazioniste sulla falsariga della scuola di Mick Harris e co. (Lull, Scorn, James Plotkin, Main), o alle tracce chiusura autechre-iane messe nel congelatore.

Alla luce di tutto questo, Kesto è un cubo Borg che viaggia nel tempo, una mirabile e a dir poco pretenziosa rilettura del suono electro – dal verbo di Alan Vega e Martin Rev allo sguardo sul futuro – dove la materia prima viene sfruttata come lente per amplificare o dissimulare generi storicizzati ben precisi.

È un ascolto (non serve dirlo) complesso e più che ostico ma l’unica lettura che vale è quella globale, masochista e panica (appunto), rituale religioso senza dio né monoliti, preghiera collettiva di Borg per i quali l’estate “non è rilevante”.

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