Recensioni

6.5

La fusione tra elettroacustica e raffinate modern electronics teutoniche, quel naturalistico tocco psichedelico e soprattutto un particolare gusto per la manipolazione tanto di field recording alpestri quanto di trattamenti tonali per strumenti di aria e luce – leggi alla voce bell carillion, marimba, xilofono e cimbali – hanno fatto di Hendrik Weber, in arte Pantha Du Prince, un autentico incantatore, oltre che un ispirato musicista in grado di spaziare dalla contemporanea – in particolare quella legata al minimalismo – alla minimal per il dancefloor. Partito dai ghiacci, il suo sound si è progressivamente scaldato, mantenendo però un legame profondo con il canvas bianco dal quale è partito e dove ha dimostrato di essere sempre pronto a tornare. Finora Black Noise e Elements Of Light, con il Bell Laboratory, ne hanno testimoniato la curiosità e l’evoluzione musicale, ed è perciò un peccato che, nonostante le premesse di coralità e interazione umana postulate dalla nota stampa, questo The Triad rappresenti più un ritorno alla techno electro psichedelica della Border Communiry dei 00s (Lichterschmaus) – magari con con un’attitudine in zona Apparat (The Winter Hymn) – e non a una nuova seducente avventura fatta di coerenze e inediti incanti.

Tecnicamente, il disco torna a Black Noise sulla scorta dell’esperienza con Bell Laboratory. In tracklist troviamo due dei membri del collettivo, ovvero Scott Mou (ovvero Queens) e Bendik Kjeldsberg, attivati da Weber nell’ottica di una jam per ritmo, effetti di produzione e il solito corollario di infallibili carillion. Gli elementi ci sono tutti per un superamento della pregressa impostazione del producer solitario, ripensando ancora una volta il Von Oswald Trio, ma se i risultati sono You What? Euphoria (una electro psichedelica strattonata da bassi funk) o Frau im Mond, Sterne Laufen (dell’IDM protestante), sembra chiaro che anche nella restante tracklist prevarrà il noto e il dominio sulla maniera, piuttosto che l’ignoto. Quando il minutaggio cresce – vedi Chasing Vapour Trails con Joachim Schutz e Kassian von Troyer – o quando si punta a qualcosa di più dancefloor e house (Dream Yourself Awake), qualcosa di imprevedibile e magico può ancora accadere, anche se neanche da queste parti succede davvero qualcosa di memorabile.

Niente contro il discorso di genere, ovvero questo ritorno al formato e a una potabilità anche pop dopo anni di sperimentazione (la ballad depechemodiana Islands In The Sky); non stigmatizzabile nemmeno un discorso sul brand Pantha Du Prince che ne consegue, eppure The Triad rimane un disco da sconsigliare a chi ha già una certa dimestichezza con certa elettronica da teatro e a chi delle precedenti prove ha amato l’elemento immaginifico e di contaminazione.

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