Recensioni

Nell'ottobre dello scorso anno i Paolo Benvegnù trovano e leggono un manoscritto di tale Fulgenzio Innocenzi, titolo Hermann, e decidono di realizzarvi a riguardo un disco. Non si trova una riga di questo Innocenzi in rete e la cosa sa di fantasioso espediente per raccontare la genesi del primo disco dell'ex Scisma e compagni dopo la conclusione con il live Dissolution della sua «educazione sentimentale».
Hermann infatti smette le peregrinazioni interiori degli splendidi Fragili piccolissimi film e Le labbra per rivolgersi all'intera storia umana, scandagliata nella sua continua tensione verso l'impresa, la conquista, la sconfitta, l'Amore. L'intento è ambizioso, ma d'altra parte i Paolo Benvegnù non hanno mai rinunciato ad una complessità talvolta esclusiva nonostante l'intensità di un percorso ad oggi senza un passo falso. Ed alla fine è probabilmente questo il difetto di Hermann: ambizioso, denso, certamente non brutto, ma anche difficile e fin troppo carico, a fronte di una serie di episodi interlocutori che ne appiedano il percorso.
Dunque, mescolanze di letteratura (Melville, Sartre, Miller) e mitologia (Narciso, Perseo ed Andromeda, Ulisse) a parte, non ci rimane che il computo delle canzoni per trovare la chiave di un meccanismo volutamente intricato. A rilento le iniziali Il pianeta perfetto (trama acustica e archi, con sentore da ultimi Afterhours) e Moses (quadratura Coldplay con ritornello marchio di fabbrica). Da antologia la terzina formata da Love is talking, Avanzate, ascoltate e Ho visto un sogno, segnali di una tensione fra l'epico e il cosmico che riassumendo l'intera geografia del disco si fa prima fluorescenza wave, poi pop-song d'alta classe con sontuosità d'archi e infine epopea folk di uno sguardo sul mondo ebbro di sangue e amore (lo stesso di una non meno bella Achab in New York, vitalistica invettiva su crescita orchestrale).
Tuttavia, lo preannunciavamo, Hermann è anche l'avviso di una certa ripetitività nella produzione di Benvegnù, mai come oggi allo svicolo fra evoluzione e riscrittura di sé. Perché se da un lato non manca la volontà d'intraprendere direzioni nuove (l'aurea fra il funky e gli Wilco di Sartre Monstre, la somiglianza Beck nell'arrangiamento delle strofe di Good morning, Mr. Monroe, la geometria Police di Date fuoco), dall'altro questi stessi episodi mostrano un po' la corda. Una corda di buonissima fattura, certo, ma anche prevedibile nel replicare rotondità pop e volute d'archi (Andromeda Maria), o nel frugare ancora una volta le tasche in cerca di una zampata new-wave (il ritornello di Good morning, Mr. Monroe), o ancora nell'andare a scovare soluzioni di volontaria semplicità non sorrette dalla giusta ispirazione (Johnnie and Jane). Paolo Benvegnù rimane comunque una delle migliori penne d'Italia, fa solo strano ritrovarlo (giusto un filo) sottotono.
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