Recensioni

7.5

È sorprendente come le cose più belle siano sempre quelle più inaspettate. Perché, con tutto il rispetto, era difficile immaginarsi un capolavoro da un semisconosciuto cantautore bresciano, Paolo Cattaneo. Sarà che ormai in questo periodo di overdose musicale ci siamo ridotti ad ascoltare con i paraocchi sulleorecchie una sequela infinita di album tutti uguali. O sarà che certi dischi fanno parlare di sé soltanto per i pettegolezzi che scatenano e non per le note che compongono. Tant’è. Abituati ad una mediocrità livellata ed universale ci siamo scordati di cosa siano le aspettative e le – appunto – sorprese.

E una sorpresa è L’equilibrio non basta. Un disco breve – quaranta minuti scarsi – ma semplicemente bellissimo. Un bignami che in appena nove episodi riesce a ridefinire il concetto stesso di musica leggera italiana. Un viaggio di malinconia e speranza, che aggiorna la lezione – fin qui considerata definitiva e compiuta – dei Non Voglio Che Clara e di Andrea Chimenti, arricchendola di nuovi spunti di riflessione e di nuove prospettive creative.

Incastri è ovvio incipit e degno manifesto di tutto il lavoro. Si muove sinuoso nella voce carezzevole di Cattaneo, mentre i tappeti psichedelici degli strumenti scandiscono le strofe e i ritornelli come se fossero battiti di cuore. L’eco che stona è una cantilena dalle melodie obliqui e dalle atmosfere drammatiche, che svela un’attenzione quasi maniacale per il dettaglio e per la cornice, oltre che per la sostanza stessa della composizione. Neurovegetale è forse – già da adesso, e con pieno merito – la canzone italiana più bella dell’anno, con un ritornello che ti ci perderesti dentro per lasciarti andare come corrente di un fiume. Infinito è la quadratura del cerchio, un brano sospeso tra suggestioni ambient ed emozioni – fortissime – che vibrano in quel punto a metà strada tra cuore ed anima.

È un disco solido e appassionato, L’equilibrio non basta. Che parla una lingua che tanti avrebbero voglia di ascoltare e che pochi sanno realmente padroneggiare. Un album bello che a dirlo neanche ci si crede. Ma le nove canzoni di Cattaneo sono lì, vive e reali. A testimonianza di quella che una volta si chiamava con orgoglio scuola dei cantautori e che adesso è un semplice country-club di annoiati signorotti di sinistra ben forniti di pancia e cellulite.

Quella scuola, però, non è morta, guidata com’è da un piccolo gruppo di irriducibili che ancora – nonostante tutto – ci crede. Date allora una possibilità a Paolo Cattaneo. Date una possibilità alla musica tricolore di spiccare il volo, di dismettere gli abiti di eterna promessa incompiuta, di meritarsi un simile talento. E di mostrare al mondo – a testa alta e con lo sguardo fermo – che cosa intendiamo quando parliamo di canzone italiana.

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