Recensioni

Esce per Decca – ovvero una delle etichette discografiche più attente alla musica strumentale, in particolare la classica ma non solo – Amazing Game – Instrumental Music, nuovo album di Paolo Conte. Il disco raccoglie ventitré registrazioni effettuate dagli anni Novanta ad oggi, poi utilizzate come colonne sonore per pièce teatrali o magari create «a scopo di studio/sperimentazione», come sottolineano le note allegate al disco. Dentro c’è un po’ di tutto, e le musiche certo rappresentano una buona carta di identità dell’universo sonoro del musicista astigiano, come dimostrano le mezze luci al piano di Gli amici manichini, la rumba di Rumbomania, il tango di Mannequins Tango, il bel valzer circense dell’iniziale Pomeriggio Zenzero o il ragtime di Novelty Step. Tanto che viene quasi immediato associare immagini tra le più disparate alle note – anche quando il focus si sposta sulla musica da camera (Largo Sonata per O.R.) – come del resto ci ha insegnato a fare lo stesso Conte con i suoi testi in bilico tra provincia, ricordo e immaginazione.
È un Conte quasi alla Bill Evans, se ci passate il paragone azzardato, nel senso che pur rimanendo fedele alla sua estetica non disdegna la classica e nemmeno l’imprinting improvvisativo del jazz, grazie a un approccio free qui inteso come libertà di vagare ironicamente tra le larghe maglie armoniche concesse dalle composizioni (F.F.F.F. (For four free friends), Fuga nell’Amazzonia in re minore), piuttosto che come disciplina strettamente connessa al free jazz. Musica strumentale che, grazie principalmente a pianoforte, fiati, fisarmonica, contrabbasso, batteria, riesce a suscitare un senso di curiosità non scontato e, pur non ridefinendo la produzione e lo stile contiano, rappresenta comunque un buon esempio di vitalità artistica.
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