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Come preannunciato dall’autore stesso, esce per Orangehome il nuovo lavoro di Paolo Saporiti, a pochi mesi di distanza dal precedente disco omonimo. Si legge in nota: «abbiamo deciso di uscire contro tutte le leggi di mercato, contro ogni buon senso, anticipando quei tempi e quelle modalità consolidate di un mondo che, seppur in crisi conclamata che ne dichiara il fallimento nelle modalità specifiche, si ostina a rimanere inchiodato su dinamiche che ormai col libero sentire dell’artista e dell’uomo non hanno più nulla a che fare».
Libero quindi di poter tornare su pensieri lasciati troppo al caso, Saporiti firma un disco doppio con sei brani simmetrici in due diverse versioni. Il primo disco si avvale in produzione direttamente dei servigi di Raffaele Abbate, patron della label di Leivi, insieme al solito stuolo di sidemen d’eccezione (Calcagnile alla batteria, Corsi alla chitarra, Pissavini al basso, Zanisi al bouzouki e al dobro, Raffaele Kohler alla tromba e al filicorno). I codici musicali vicini alla tradizione inglese che l’autore predispone ancora una volta sulla tavolozza sono l’orientamento scelto, insieme ad un rinnovato stile deandreiano nei testi. Ne sono testimonianza episodi come A modo mio, Per l’amore di una madre e Hotel Supramonte, che tracciano una parabola luminescente e psicologie in cui il punto a fine sezione non è mai segno di chiusura.
Il titolo chilometrico del disco (Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza) fa testo a sé e rimanda, senza scandagliare le fonti, a uno shock, a un qualcosa di obliquo, mal digerito, che l’autore senza indugio sdogana in prima pagina. Ed è nei dirupi di questo stato severo che si è tradotti all’altro disco, l’altro lembo dello Stige, quello co-prodotto e suonato da Xabier Iriondo, con cui Paolo ha ormai instaurato una ausilio stabile. La trama comunicativa che nella prima esposizione aveva sapientemente evitato l’ermetismo, ora, a parità di testo, è settata noise. L’avevamo detto per il disco omonimo: il rumore è per Saporiti solo un veicolo attraverso cui coordinare un nuovo angolo e una nuova visuale, scongiurando falsi miti e predisponendo l’orecchio a qualcosa di poco elastico. Si diceva per l’appunto di togliere la terra sotto i piedi, e l’estetica di Iriondo è in questo un collante perfetto, perché trasforma la miscela in un qualcosa che sta a metà via fra lo ieratico e l’amore per le dimensioni. Un percorso irto.
In questo, la tavolozza si arricchisce di volume, carne viva in cui profondere, ma è pure scavo timbrico per aggrapparsi ad un’ipotesi di verità, un gancio in mezzo al cielo. In Bisognava dirlo… Saporiti conferma e protende quelle seducenti virtù che l’anno scorso erano solo primizie di stagione.
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