Recensioni

Quest’ultimo disco di Paolo Saporiti, edito per Orangehome records, è prima di tutto una sfida. Lo era stato già il disco precedente, L’ultimo ricatto, la cui minaccia era soprattutto rivolta a Paolo Saporiti da Paolo Saporiti. Ma ora, più che una scommessa sulle proprie – ormai indubbie – capacità artistiche, la nuova sfida è l’italiano. Con questo non vogliamo insinuare che il Nostro non l’abbia mai saputo parlare, anzi, ma prima l’italiano, nei suoi dischi, c’era e non c’era, era più ospite che padrone di casa. Ma proporsi così, sgombro dalla cantabilità dell’inglese, vuol dire farsi nuovo ai suoi occhi e ai nostri.
L’avevamo lasciato alle prese con Teho Teardo – e chi lo recensì all’epoca fece bene ad approfittare dell’accoppiata per augurarne longevità – che poi però andò via, verso altri lidi. Successivamente Paolo ha incontrato Xabier Iriondo con cui ha stretto un sodalizio artistico molto proficuo e, a ben vedere, anche questo suo omonimo deve molto al chitarrista degli Afterhours, sia in termini di lavorazione che in termini di resa sul prodotto finito. In questa dozzina di brani, molto ruota attorno ad un’idea di polarizzazione i cui estremi sarebbero il minimalismo da una parte (Il vento dice addio alla luna) e l’orchestrazione dall’altra (Erica, canzone scritta a 18 anni, dove le estensioni ricordano Buckley e il fuzz lo fa subito dimenticare). Nel mezzo, il rumore e il canto diventano protagonisti. L’approccio progressivo nel canto di Paolo si trasforma leggermente col passare dei minuti e la sua dose di dolore si acuisce sempre più nel raccontare storie che hanno un peso e una fine (Cenere).
L’autore prova ad andare oltre il cantautorato, si potrebbe tirare in ballo Brassens o De Andrè, ma parleremmo della causa e non dell’effetto: il lavoro di Iriondo sui field recordings crea, intorno al canto finissimo, ambienti e prospettive su cui poter tornare in futuro, magari spulciando percezioni ed echi lontani (Sangue, il brano più bello). Ma la produzione sposa bene le misure, parliamo quindi di eleganza e stile: l’accento posto a sensore di un romanticismo jazz attraverso le note dolci del Sax di Stefano Ferrian (L’effetto indesiderato di una violenza), l’intuito vocale di Paolo che gioca con speech level, senza esagerare col craft (Ho bisogno di te) e il ritornello così pulito e dal singalong grazioso (In un mondo migliore, Caro Presidente) vanno a comporre un mosaico di sogni nel cassetto.
Oggi una pazienza, un rispetto per gli obiettivi e un’idea ben precisa di attesa circondano il Saporiti che ha tanto da esprimere e che forse ha assorbito il caldo e il freddo più di tanti altri nell’ambiente.
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