Film

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Che faccia quella di Geremia. Che volto, intessuto di movimenti ed espressioni sintetiche e segnate, precise. Marcate. È un peccato mettere nero su bianco lo sguardo di questo terzo lavoro di Sorrentino senza indovinare un titolo, senza racchiudere in una parola perfetta il fulcro del film, il personaggio dell’usuraio Geremia. O’scarrafone in napoletano è lo scarafaggio, un essere duro e molle, schifoso e ributtante, ma è anche una regola di gioco al tavolo verde, che consiste nell’applicare la tecnica del poco a poco riducendo al massimo i rischi, capitalizzando ogni mossa al suo zenit. O’ scarrafone è come l’acqua, spunta fuori dappertutto, perché si nutre della zozzeria nascosta in ogni dove, sotto le mattonelle delle case lucenti, sotto i tappeti colorati, tra le pareti, negli interstizi, in ogni spazio possibile.

O’scarrafone è un atteggiamento, è la matematica semplicità di questo film, che è costruito sulla regola di vita dell’amico di famiglia: Geremia si considera un benefattore, Geremia presta poco alla volta e riceve moltiplicando il denaro, con l’aiuto di due gemelli e di una specie di amico. Ma come la matematica ha il suo peccato, e non misura l‘infinito, così lo sgradevole mostro si ritrova improvvisamente perso di fronte alla forma più semplice possibile, quella dell’amore.

La cliente vuole un intervento per avere la pelle liscia come l’anguria ? “ Il cocomero è un’illusione – spiega Geremia – è tutt’acqua”. “Ma il cocomero è buono – risponde la cliente – e l’acqua non sa di niente”. Il mostro se ne accorge quando la figlia di un cliente inizia a provocarlo e sedurlo smascherando il suo evidente vuoto. Nella regolarità del suo stile di vita ridotto più a fondo dell’osso irrompe la variabile che smonta tutto. Geremia cuore d’oro è parte di noi, lo scarrafone non ha cattiveria particolare: soffre e fa soffrire, e si dedica con attenzione all’unica ricchezza che ha, quella dell’accumulo e della sua presunta generosità. O’scarrafone è brutto, e non c’è spazio, nemmeno per il padre che lo ha lasciato perché indegno e schifoso.

O scarrafone cerca moglie e cerca oggetti preziosi nei campi e sulle spiagge col suo metal detector. La musica accompagna con pulsioni sintetiche e sfumature elettroniche l’incedere di questo personaggio, col meccanismo banale bene in mostra a spiegare il funzionamento. “Ricordate – ammonisce rivolgendosi ai clienti – il mio ultimo pensiero, sarà per voi”. La splendida grana del film ha le penombre tristi della sua misera casa e la pelle bianca e luminosa dell’amore. Sfuma a seconda delle sensazioni, mentre sparge morsi di gianduiotti e filosofeggia sui massimi sistemi. “Mai confondere l’impossibile con l’inconsueto.” L’inconsueto, appunto, è una giovane donna che distrugge il calcolo. L’improbabile è un cow-boy perso nel country che parla emiliano e sogna il Tennessee. L’assurdo è la mamma anziana che gli tiene la mano. “Tutti rubano e tutti sono infelici” – ammonisce la donna. Perché ogni scarafone – diceva qualcuno – è bello a mamma sua.

25 Marzo 2007
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