Recensioni

Il problema con le colonne sonore non immaginarie – quelle legate, cioè, più o meno direttamente alle immagini che vanno a sonorizzare, spesso nate in concomitanza con le stesse – è che in sede di recensione ci si può limitare soltanto all’aspetto sonoro. A differenza delle colonne sonore cosiddette “immaginarie”, in cui la partecipazione immaginifica dell’ascoltatore è fondamentale mancando in toto la parte visiva, se ne ha una fruizione ovviamente limitata e pertanto anche castrante, specie quando l’alchimia sonora riesce sì a far “vedere” le immagini a cui fa riferimento pur non avendole davanti, ma lascia un po’ di amaro in bocca per non aver modo di comprendere esattamente come e cosa quelle musiche, ripeto, nate specificamente per questa finalità “accompagnatoria”, vadano a sottolineare, evidenziare, contrappuntare.
È il caso de I Cormorani, colonna sonora dell’omonimo film di Fabio Bobbio che il chitarrista Paolo Spaccamonti e il trombettista Ramon Moro, coadiuvati dall’elettronica di Gup Alcaro, pubblicano per SuperBudda e Dunque in questo scorcio finale di 2016. Un film (premiato dalla critica al festival di Trieste e in uscita il 1 dicembre 2016) che, nelle parole del regista, è un «racconto di formazione classico» e in cui le musiche dei due hanno svolto una parte fondamentale, proprio in sede di scrittura e montaggio, per esaltare alcuni passaggi clou non solo dello sviluppo narrativo del plot ma anche della crescita psicologica dei personaggi. Parole che accrescono la sensazione di cui sopra e a cui è difficile dare torto una volta immersi nelle pieghe sonore seppiate come la copertina, sfumate come una dissolvenza incrociata, che quest’album porta in dote: chitarra e tromba che si incontrano e scontrano, supportano e sfidano, viaggiando spesso all’unisono nel tratteggiare sia desolanti paesaggi introspettivi (lo sfaldamento notturno e onirico di Matteo, tra tromba languida e distesa e chitarra che riecheggia in forme “altre”), sia aperture melanconiche e sognanti (la estatica title track), guardando oltre l’orizzonte degli eventi (Passage, coi suoi riverberi dal sapore d’oriente, il disvelamento lento e amniotico de Il Ritorno) o presagendo minacciose presenze (l’iniziale So Far, coi suoi echi deadmaniani tutta polvere e inquietante solitudine, la sospensione onirico-oppiacea di Malesia).
A dispetto delle lamentele iniziali e nonostante l’ascolto “alla cieca”, le musiche di Spaccamonti e Moro dimostrano di saper vivere indipendentemente dalle immagini che accompagnano, disegnando uno sviluppo cinematografico alternativo che non resta che confrontare con un film che si preannuncia di sicura intensità.
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