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7

Il ventaglio espressivo di Paolo Zanardi aveva già mostrato una discreta ampiezza nel debutto Portami a fare un giro. Con la qui presente opera seconda, questo ormai trentanovenne allarga ancora un po’ il campo d’azione. A gomitate. E con puntiglio. C’è più rabbia in questo disco, trattenuta sull’orlo di un’amarezza desolata, col cinismo che vira in sarcasmo e condisce di piglio punk tutte le portate. Che sono tante (tredici tracce) e diverse. Si va dalla laconica poesia Conte in caravanserraglio Capossela di Houdini (tromba, violino, pennate agre, magia e disincanto) ai CSI dietro l’angolo di Torpignattara Blues (slide sognante, organo liquido, finale chitarroso), dal tenero sguardo loureediano di Playboy (come un Fiumani sul lato languido del marciapiede) all’obliquo allarme wave de Gli ultimi giorni di Pompeo (ghigno kuntziano tra ubbie jazz-blues di tromba sordinata, liberamente ispirato e caldamente dedicato al grande Paz).

Eppoi il breve gradevole spurgo indie rock di Isola, il surf-beat acidulo strapazzato da tromba e kazoo di Zazerkaljie, quella specie di Giorgio Canali prima trattenuto e poi bruciante in Salsedine (con stupendo delirio di wah wah nel finale), palpitanti middle eight sospesi alla maniera del primo evocativo Dalla (nella title track e in Rapina ad un distributore di benzina), eccetera. Il passo di Zanardi è febbrile, scostante, quasi a voler eclissare il tormento, l’impossibilità di accettare l’evidenza di un mondo che consuma atrocità come una (surrettizia) legge naturale. Ma non si aggrappa ad elucubrazioni o teorie, non è certo un tipo da comizi né da piagnistei. Procede ad alzo zero tra le storie che racconta (vedi l’aria da suq suadente e insidioso di Piazza Vittorio), attraverso la vita che gli si attacca alla pelle come un sentore indelebile.

Come un veleno. Contro il quale, antidoto non risolutivo, c’è solo lo spasmo vitale, il fiero splendore di chi alza la testa dalla melma. Come un cucciolo nel sole. Come una fugace resurrezione. Quanto basta almeno per sentirsi vivo.

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