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7.3

Se lo è autoprodotto perché "ormai non lo reggevo più". Della distribuzione se ne frega perché "tanto i negozi di dischi ormai sono deserti, spero di venderlo un po' su internet questo disco, e ai concerti". Per quanto Paolo Zanardi sia un tipo difficile e persino scomodo, fa strano pensare che non abbia trovato un'etichetta disposta a sostenerne l'ultima fatica. Fatto sta che nel qui presente terzo lavoro lungo, quattro anni abbondanti dopo il buon I barboni preferiscono Roma, mette al centro dell'azione un'idea rock sfrangiata di aperture jazz-pop: da una parte il disincanto sfoderato con amarezza, con sottile cinismo, persino con ferocia, dall'altro un romanticismo che sa ubriacarsi di agra allegria.

C'è la chitarra che ora sferza affilata e poi carezza una fragrante fregola soul, ci sono tastiere che esalano tepore languido e poi gorgheggiano ghirigori giocosi, c'è il senso di sdegno irredimibile del punk e l'accondiscenza del mettere/mettersi in scena con evidente senso scenico. Se volete, siamo dalle parti del Lucio Dalla migliore, quello che appunto soddisfaceva la fame di cantautorato pop con l'inventiva dello swing e certo turgore glam-rock marezzato black, rendendosi colpevole di canzoni come piccoli teatrini di epica (sub)urbana, attimi di affrancamento dal quotidiano abominio delle illusioni, con l'inevitabile effetto collaterale di certificarne la pervadenza. Oggi più di allora – perché peggio di allora – si sente il bisogno di queste cartoline in differita dal confortevole inferno quotidiano, veri e propri cortometraggi dominati da una vibrazione di disagio e insofferenza per la meschinità in cui affondano le radici del cosiddetto benessere.

Le canzoni di Iaffaldano/Zanardi all'inizio t'infastidiscono, poi non riesci a distogliere lo sguardo. A muoverle è l'idea di rock come disposizione emotiva che rivela, che spezza l'incantesimo, mettendo a nudo il sottofondo meschino e morboso dietro il sopravvalutato meccanismo delle convenzioni, emozioni e sentimenti compresi. Dal teatrino più sordido e grottesco (Condominio) al più languidamente crudele (la title track, in cui la citazione Velvet Underground del titolo non ha appigli musicali ma è certo organica alla decadenza atmosferica) passando dal sarcasmo sdegnoso di Harem al gonzo post-sbronza della velenosa Domenica, è un autentico florilegio di squallori. Nel quale trovano modo di sbocciare due germogli proteiformi che diresti quasi Stephen Malkmus, ovvero il lirismo palpitante e caliginoso di Buio e il cazzonismo agrodolce e beffardo di Postal Market, mentre ad una Arbeit Macht Frei tocca il ruolo della intrusa di lusso, tutta irriverenza punk-hip-hop con ospiti l'opinabile Caparezza e il grande Antonio Rezza.

Alla fine del giro resta la sensazione di un disco robusto e sfuggente, sdegnosamente alieno ai caroselli promozionali sia major che alternativi, perciò a stretto rischio d'invisibilità. E sarebbe un vero, imperdonabile peccato.

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