Recensioni

7.3

Cinque anni: tanti ne sono passati da Viaggio di ritorno al qui presente Un giorno nuovo, quinto album per Paolo Zanardi. Un titolo, va detto, che ci sta. Ci sta perché racconta una svolta, un approccio nuovo per il cantautore pugliese (ma romano di adozione) nella costruzione e “vestizione” dei pezzi. Ma ci sta anche perche affonda l’indice nella ferita su cui le canzoni si reggono, il contrasto strisciante tra opposti, la tensione tra speranza (che non molla) e disincanto (puntuale, senza appello).

Il cantautorato rock brusco di Zanardi, la sua pressoché totale refrattarietà nei confronti di qualsiasi atteggiamento rassicurante o sia pure confortevole, si rivela come al solito un’angolazione necessaria per stringere l’obiettivo su un’umanità sommersa nella propria stessa perdizione eppure condannata a un impronosticabile splendore. Oggi però questa calligrafia alza il livello delle ostilità ricorrendo ad arrangiamenti che rimandano a certo post-punk androide, e non si tratta tanto di una svolta stilistica quanto di una sistematica perturbazione di bordi e tessiture, un esporre timbri e ritmiche al contagio (comunque inevitabile) di un “contemporaneo profondo” che le vecchie care trame elettroniche sanno ancora esprimere bene. L’effetto è assieme sinistro e avvincente: un po’ come prendersi in faccia la pioggia sintetica e non fare una piega, anche se dentro qualcosa si ridispone e ti spinge a trattenere il respiro, mentre si ispessiscono i contorni del malanimo.

Tuttavia, stiamo parlando di un disco dedicato all’amore, più di quanto non sia mai accaduto in un lavoro di Zanardi. Il quale mette subito le cose in chiaro con la opening Pezzo Zen, che tra sincopi convulse e allucinazioni industriali racconta l’amore a partire dalla sua precarietà, dal suo finire come elemento costitutivo e sostanziale, e di come nel vuoto della mancanza si possa (r)esistere solo opponendo un simulacro di vita (“Quando ho fame mangio/quando ho sonno dormo/quando muoio muoio“). Altro aspetto immediatamente chiaro: su questa superficie increspata e febbricitante, prima trattenuta e di colpo scivolosa, la voce di Zanardi ha il compito di aprire crepe, di segnare la frattura, di sottolineare lo scompiglio di cui è (ancora) capace un fattore umano con più ferite che speranze ma (ancora) abbastanza forza da convogliare in uno sguardo lucido e sprezzante sulle cose.

Siamo così arrivati al cuore della questione: sentimento e passione sono ciò per cui vale la pena vivere, malgrado siano solo effervescenze a termine che rendono appena più sopportabile la catena di delusioni, squallore e mortificazione che usiamo chiamare vita. Come ribadiscono Un giorno capirai e Troppi problemi (struggimenti e rarefazioni tango, con tracce residue di Dalla – altezza Viaggi Organizzati – e un pizzico di Tuxedomoon), mentre la disarmante Fugge l’amore – milonga incupita come potrebbe Fossati contagiato da visioni Japan – spalma uno strato di rassegnazione sull’onda lunga del dolore. Altro possibile lenitivo: la leggerezza. Quella che ti fa accettare la natura estemporanea e spesso occasionale del sentimento, di relazioni che stanno “insieme con lo sputo” come in San Valentino, o consumate alla luce della più semplice e crudele noncuranza (come nella dolcezza pop indolenzita di I gatti vanno e vengono).

Tutto ciò accade in una scenografia ormai tipica, fatta di sguardi che oltrepassano la superficie delle convenzioni, come se Zanardi possedesse il mezzo di contrasto per fare uscire dall’ombra una fauna disallineata, bizzarra, batterica: vedi la languida protagonista (forse Nico?) di Venere in bicicletta, che tra ebbrezze borderline e orientalismi robotici trova il tempo di citare (ovvero: di fischiettare) i Velvet di Femme Fatale (sì, è certamente Nico), e vedi soprattutto Di notte, capolavoro dell’album con le sue pulsazioni nere che spingono la macchina da presa in una carrellata frenetica sul brulicare urbano, tra sale da gioco, caos linguistico e un senso diffuso di disperazione (“il buio è un limbo che protegge l’anteprima della morte“).

Paolo Zanardi è riuscito a fare quello che era lecito attendersi da uno del suo calibro: si è confermato nel cambiamento, ha spostato il fuoco su territori sensibilmente diversi adeguando le strutture, ma è rimasto sostanzialmente se stesso. In altre parole, con questo disco ha lanciato una sfida – non è la prima volta – che aspetta solo di essere raccolta.

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