• nov
    11
    2016

Album

Drag City

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Papa M non è che l’ennesimo nomignolo di David Pajo, che sotto questa identità ha fatto uscire solo tre album (tra Higway Songs e il precedente sono passati 15 anni). Con lui reduce da un 2015 orribile, con una depressione sfociata in un tentato suicidio e un grave incidente motociclistico, in molti abbiamo creduto che Highway Songs potesse essere l’album del ritorno (dal 2009 non pubblicava nulla, in nessuna veste) e, invece, sembra il vagito di un neonato soffocato dal suo stesso cordone ombelicale.

Lo slancio primordiale si avverte in un brano come Coda, nostalgico e seminale, ma il disco, a metà strada tra glitch, elettronica e rock privo di coraggio, sembra indugiare in momenti di autismo (Green Holler e Bloom) dove le illuminazioni passate sono un vago ricordo di un momento, di un grandissimo momento della storia della musica. Ci rincuora sapere che David Pajo, elemento fondamentale negli anni ’90 (Slint, Tortoise, The For Carnation), abbia deciso di rimettersi in gioco, ma è difficile scrollarsi di dosso la delusione che nasce davanti a idee che, di solito, dovrebbero essere scartate in primis dall’artista e lasciate morire nei recessi della memoria.

The Love Particle è un elettroshock poco convincente, un incubo di cui non conservi memoria al risveglio. C’è una cappa di freddezza emozionale, schizofrenia musicale priva di filo conduttore e unità concettuale. In poco più di mezz’ora è difficile trovare un vero momento di bellezza o vestigia di un’epoca passata; Pajo sembra nascondersi tra le pieghe di un post rock innocuo che confluisce in un folk per principianti; perso, solo, nell’oscurità del suo dipinto che dà il volto all’album. «Little girl, teach me to laugh again…to wonder why again»: Little Girl, che gronda sonorità rassicuranti post grunge anni ’90, è l’unico pezzo in cui Pajo canta, e voglio pensare che sia una confessione disperata alla figlia.

«Got to keep the loonies on the path» («Bisogna tenere i matti sul sentiero»), cantavano i Pink Floyd in Brain Damage, e in questa immagine di un paradiso perduto e ritrovato, confido nell’innocente illusione che David riprenda a guardare quel miracolo che è la vita attraverso la musica. Con calma, abbiamo tutto il tempo del mondo.

23 Dicembre 2016
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