Recensioni

7.4

Nell’era dell’iper-comunicazione è ancora possibile che un disco impieghi quasi un anno per salire alle cronache? Sì: un esempio è l’esordio ufficiale dei Parquet Courts, tentativo (l’ennesimo?) di risposta alla ricerca di senso che il punk ha intrapreso da un po’ di tempo. Non è un vero e proprio esordio: una cassetta del 2011 intitolata American Specialities era già stata pubblicata, ma in quel caso parliamo di una distribuzione puramente carbonara.

I Parquet Courts sono Andrew Savage (già nei funk-miniaturizzati Fergus & Geronimo) alla voce e alla chitarra, il fratello Max alle pelli, Austin Yeaton all’altra sei corde e Sean Yeaton al basso. Senso al punk, si diceva. Perché se da un lato, ormai, quasi tutti i musicisti indie-rock parlano di fedeltà a quell’attitudine ma non alla sua sostanza, dall’altro la risposta dei Parquet Courts è tutta nel suono. La rabbia è tenuta sotto controllo, l’originalità-a-tutti-i-costi è bandita, lo sviluppo è fatto principalmente puntando sull’energia. Come a dire: buttiamo via l’hype, recuperiamo il sudore. Un’idea che, chi ha visto on stage la band, confermerà facilmente.

Pubblicato dalla newyorchese What’s your Rupture?, Light Up Gold è una staffilata di grinta e vitalità depurata, da un lato, dai sentori angoscia(n)ti/disperati di gente come gli Iceage (altra band con le chitarre al centro del proprio codice sonico, il cui esordio negli Stati Uniti era stato ristampato dalla stessa etichetta dei Parquet Courts) e dall’altro dalla teatralità mastodontica dei Fucked Up. Organizzato sapientemente su una tracklist che pone al centro e a fine corsa i due momenti più lievi (N Dakota – sorta di nenia scanzonata e agreste retta dal basso – e l’eterea Picture of Health), il disco esibisce 15 pezzi tra il punk e l’indie-slacker di scuola pavementiana. Il tutto usando chitarre secche che in alcuni frangenti sembrano un incrocio tra i Meat Puppets più punk e meno bislacchi e il nervosismo dei Fall, con un cantato spesso altissimo (come nella bella Yonder is Closer to the heart) e con ritmica e chitarre che di tanto in tanto viaggiano all’unisono.

Canzoni che si susseguono rapide, battenti, sanguigne, ma senza mai essere negative o frivole, poco arty e molto artigianali (lo-fi è il termine che viene in mente, ma non per l’incuria sonora, bensì per una genuinità di fondo). Con questo disco i Parquet Courts si presentano come una promessa robusta in grado di mischiare cura melodica e carica adrenalinica senza cadere nelle trappole delle pretese di originalità o dell’immobilismo da slogan.

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