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Se escludiamo i tre capitoli del franchise di Bourne e i due film usciti alla fine degli anni Novanta (Resurrected e La teoria del volo), il cinema di Paul Greengrass si è sempre orientato verso ricostruzioni di eventi storici fondamentali della storia americana e non solo: con Bloody Sunday raccontava la “domenica di sangue” degli scontri tra l’esercito britannico e gli indipendentisti irlandesi del 1972; con United 93 ricostruiva le ultime ore del volo dirottato l’11 settembre 2001 nel corso dell’attacco terroristico; infine con Green Zone e Captain Phillips adattava due testi a sfondo politico sulla guerra in Iraq e i conflitti nel mare somalo. Ogni volta mescolando il linguaggio del reportage (camera a spalla, close-up improvvisi, montaggio serrato) con la grammatica tradizionale hollywoodiana, una ricetta vincente che gli ha fatto guadagnare finora un paio nomination agli Oscar e una discreta reputazione.

Tuttavia, nemmeno le migliori intenzioni e l’esperienza sul campo di tematiche così delicate riescono a distrarci dai molti, troppi intoppi del suo ultimo lavoro 22 luglio, tentativo mal riuscito di coniugare stile documentaristico e melodramma nella ricerca di un altro punto di vista sulla vicenda del doppio attentato in Norvegia ad opera di un estremista di destra che uccise settantasette persone tra Oslo e l’isola di Utoya. Quello di Greengrass è evidentemente un lavoro più riflessivo rispetto alla pellicola di Erik Poppe, Utøya 22. juli – che al contrario predilige un approccio sistematico alla vicenda ed è girato come se fosse un unico piano sequenza – nella maniera in cui vuole spiegarne i retroscena, le fasi del processo a Anders Behring Breivik, il trauma delle vittime e delle famiglie dei sopravvissuti, le responsabilità della nazione e la discussione dei propri valori.

Il film targato Netflix funziona fino allo scadere della prima mezz’ora, dove la cifra cinematografica del regista sembra perfetta per quel tipo di rappresentazione: il paese sopito alla vigilia di un importante annuncio del Primo Ministro, l’arrivo dei ragazzi ad Utoya, i sorrisi e gli abbracci, la calma apparente, mentre Breivik pianifica il suo attacco e lo vediamo avanzare nel buio dell’anima corrotta dalla follia. Greengrass è semplicemente ineccepibile quando mette in moto certi meccanismi, invisibili allo spettatore e dunque rodati, automatici, però perde il fuoco quando è costretto ad addentrarsi nell’intimità dei personaggi, questi ultimi resi ancora meno familiari e distaccati perché obbligati a recitare in lingua inglese pur essendo locali norvegesi. È probabile che a guidare queste scelte di produzione sia stata proprio Netflix, e che il regista si sia adeguato di conseguenza, eppure rimane il sospetto che dietro a questo esame di temi universali non ci fosse altro che dovere di cronaca, in un compitino ben svolto e senza scosse emotive.

7 Settembre 2018
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