Recensioni

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È il 18 dicembre 2020, manca una settimana a Natale, siamo nel mezzo di una pandemia globale, Paul McCartney ha 78 anni e ha appena pubblicato un disco nuovo (registrato in quarantena, ché mica si esce di casa o, quantomeno, come prima) che tutti stanno ascoltando in contemporanea da internet, piattaforme streaming e social network. Non male come incipit di un racconto distopico, no? Eppure … «you never used to be afraid of days like these» recita Find My Way, riecheggiando il «nobody told me there’d be days like this» lennoniano. Questi strani, strani giorni ci hanno già segnato più di quanto ancora siamo riusciti a realizzare; solo il tempo e la distanza ci faranno realmente comprendere cosa sia stato il periodo in cui siamo ancora immersi come tanti pesci in un acquario che, chissà, quando rivedranno il mare aperto. Non è sentimentalismo da due spicci messo lì, ad effetto, all’inizio di quella che dovrebbe essere la recensione di un disco importante e atteso: piaccia o non piaccia, è il nostro sentimento condiviso.

Per questo, alla fine dell’orribile 2020, anno in cui tutto è iniziato, questo McCartney III è semplicemente l’album giusto, quello che tutti aspettavano come la proverbiale boccata di ossigeno, come la rassicurante telefonata o visita del vecchio amico dopo tanto tempo passato da soli. Ne dovremmo sapere tutti qualcosa. Insisteremo su questa chiave di lettura, perché siamo convinti che non solo sia quella giusta, ma sia l’unica, quella che spiega davvero cosa sia questo disco e perché occupi un posticino speciale nella biblica discografia del signore in questione. Tecnicamente, si tratta del diciottesimo album solista – Wings a parte – dell’ultimo Beatle sopravvissuto (non ce ne voglia Ringo, che pure continua a fare le sue cose; sono ovviamente campionati, anzi sport, diversi); a quasi sessant’anni da Love Me Do farebbe già notizia a sé. Non fosse che, in modo non casuale ma stavolta voluto e ricercato, è anche la conclusione di una trilogia di dischi domestici, autarchici e fai-da-te iniziata all’indomani della per lui dolorosissima fine dei BeatlesMcCartney, 1970 – e proseguita dieci anni dopo – McCartney II, 1980 – con la fine della sua seconda band (evento molto meno traumatico; in realtà quel folle dischetto intriso di Mary Jane fu semplicemente una pausa divertita e finalmente rilassata a chiusura del suo decennio più difficile, i ’70).

Ma quelli erano eventi che, pur comprensibili dal punto di vista umano e anche riflessi, a tinte diverse, nei solchi dei rispettivi dischi, riguardavano McCartney, e il solo McCartney, nella sua dimensione individuale. In sostanza: erano affar suo. La pandemia Covid-19 e il lockdown forzato sono eventi che invece hanno riguardato McCartney come uomo tra gli uomini, travolto come ciascuno di noi da un cataclisma globale. Stavolta non solo possiamo comprendere e condividere il suo sentimento: è lui che condivide il nostro, amplificandolo e a suo modo rendendocelo sopportabile, nel modo più semplice e spontaneo che conosce. Ovvero, facendo quello che sa fare da sempre: suonare un po’ di tutto, inventare melodie su due piedi, lasciarsi trasportare dall’estro, costruire mattone dopo mattone, sovraincisione su sovraincisione, piccole composizioni senza grandi pretese con lo scopo primario, molto mondano e molto umano, di far passare il tempo. Il nostro tempo, certo; ma ancor prima il suo, ritrovatosi improvvisamente libero dagli impegni di una routine inarrestabile, con le lunghe giornate della scorsa primavera da riempire.

Lo spirito è in sostanza, lo stesso dei primi due McCartney: attitudine freewheelin’, schiacciare il tasto record e vedere un po’ l’effetto che fa. Stavolta, però, gli esiti sono significativamente diversi, e non soltanto per le ragioni profonde sopra esposte e le circostanze straordinarie da cui è scaturita l’intera faccenda. Principalmente, il tutto è ben più focalizzato ed omogeneo: a parte l’efficace strumentale di apertura Long Tailed Winter Bird e le sue stratificazioni Beck-iane in loop, non c’è nessuna tentazione autoindulgente o essenzialmente weird. Nessuna Momma Miss America o Temporary Secretary, per capirci: nessuna di quelle sconclusionatezze e assurdità che rendevano i primi due capitoli qualcosa di unico e indescrivibile nella loro ineffabile incompiutezza e imperfezione; ma nemmeno, e questo potrebbe essere l’inevitabile rovescio della medaglia, nessuna Maybe I’m Amazed o Coming Up, colpi da maestro che da soli valgono una carriera solista o poco meno.

Non che qui siano assenti composizioni ben congegnate: la citata Find My Way e i suoi giochi di chitarre e tastiere sovrapposte; la più che familiare Seize The Day (carpe diem talmente beatlesiano da sembrare troppo beatlesiano anche per il suo autore, come ha confessato divertito in un passaggio promozionale); l’acustica The Kiss Of Venus, la dolente Women And Lovers, la divertente e divertita Lavatory Lil (garage zozzo quanto basta, sotto le cui mentite spoglie si celerebbe una spietata diss track verso la ex Heather Mills… insomma, un instant classic) sono figlie di una genuina ispirazione e di una maestria che vanno oltre la fregola dell’attimo fuggente. Fa anche piacere che a questo giro non si scimmiotti, piacione, il pop contemporaneo come nel precedente Egypt Station, per quanto esso riecheggi in episodi come Deep Deep Feeling e Deep Down, che pure avrebbero beneficiato di un paio di forbici; alla solidità della scaletta hanno certo contribuito anche i ripescaggi di composizioni passate come la conclusiva When Winter Comes, outtake da Flaming Pie che riprende la dimensione casalinga del primo McCartney («Must fix the fence by the acre plot / Two young foxes have been nosing around / The lambs and the chickens won’t feel safe until it’s done…»), o l’hard blues di Slidin’, nato da una jam in soundcheck e abbozzata durante le session dello scorso disco.

Stiamo dicendo che il III è il capitolo migliore della trilogia? Nì. La sensazione, positiva, è quella di un equilibrio compositivo che ci porta, semmai, dalle parti di quello che è stato l’ultimo lavoro a detta nostra veramente riuscito di McCartney, Chaos And Creation In The Backyard (2005). Paragone nemmeno troppo peregrino, poiché anche quel disco, così come il successivo Memory Almost Full (2007), furono incisi in gran parte dal solo Paul in modalità – ehm – McCartney. Ma queste sono considerazioni in realtà buone per ognuno dei dischi recenti del venerabile Sir Paul. Resta valido quanto pensavamo già ai tempi di New (2013): a prescindere dagli esiti del singolo disco, il suo maggiore merito consiste nell’aver saputo traghettare la sua carriera e il suo lascito artistico nel terzo millennio con ineguagliata efficacia, risultando se possibile più trasversale e transgenerazionale che mai – in altre parole, l’incarnazione della parola pop. La calorosissima accoglienza di pubblico e critica verso il presente lavoro non stupisca. Fatto salvo ciò, ribadiamo: la cosa più straordinaria di questo album resta comunque l’essere stato realizzato e concepito nelle predette circostanze, con miracolosa spontaneità, da una delle ultime leggende viventi della musica del XX secolo, in età avanzata e con la carriera alle spalle che ben conosciamo.

Il valore di un’opera d’arte o un prodotto (o di un disco, che è entrambe queste cose) non può essere e non è mai dato “solo” dalla sua qualità in senso stretto. Al netto di queste valutazioni, suscettibili a mutare nel tempo, nate da un ascolto necessariamente istantaneo, non sedimentato e dall’emozione scaturita al momento, la sensazione è che un giorno, più che per le sue pur dignitose e pregevoli canzoni, ricorderemo McCartney III per averci scaldato i cuori quando più ne avevamo bisogno. Non è poco.

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