Recensioni

«Sono tanti i preconcetti delle persone su ogni mio nuovo lavoro, perché mi conoscono da 50 anni. Mi chiedono: “sarà come Graceland? Sarà tipo “Me and Julio Down By The Schoolyard”? Simon & Garfunkel? The Capeman?”. Per fare in modo che le persone ti ascoltino con attenzione, devi fare qualcosa di davvero interessante, perché le persone sono preparate ad ascoltare qualcosa di non interessante». Con questo onorevole presupposto, condiviso in un’intervista a Rolling Stone US, Paul Simon ha passato gli ultimi cinque anni a lavorare al suo tredicesimo album, Stranger to Stranger, con l’aiuto del collaboratore e amico di lungo corso Roy Halee – al suo fianco fin dall’esordio con Simon & Garfunkel – ed il contributo del nostro Cristiano Crisci, in arte Clap! Clap!. A guidarlo spiritualmente in questo nuovo progetto, Harry Partch, il teorico ed inventore musicale che amava comporre su scale microtonali (usando intervalli più piccoli di un semitono) e dividendo ogni ottava in 43 toni (invece che nei canonici 12). Gli strumenti musicali di Partch sono conservati alla Montclair State University ed è proprio lì, tra una sessione di registrazione nel suo studio personale in Connecticut ed una capatina nel New Jersey, che sono state registrate le undici tracce di Stranger to Stranger.
È riuscito, Paul Simon, a creare qualcosa di interessante come sperava? Sicuramente sì, a cominciare dall’unione sonora di numerosi strumenti musicali – anche poco noti, come l’indiano monocorda gopichand (The Werewolf) – e dall’apporto sonoro “sampleficativo” di Clap! Clap!, per finire con testi a tratti inusuali (Wristband, Insomianc’s Lullaby), nascostamente tragici (The Werewolf, The Riverbank), giocosi (Street Angel, In a Parade, Cool Papa Bell) e romantici (Stranger to Stranger, Proof of Love). In ogni canzone si percepisce il suo desiderio di uscire dagli schemi, evadere dalle melodie compiacenti, pur conservando gli elementi fondamentali della sua personalità musicale multiculturale.
Tralasciando gli intermezzi strumentali The Clock e In The Garden of Edie, che hanno la primaria funzione di dare respiro alle altre tracce e permettere all’ascoltatore di distogliere l’attenzione dalle parole per qualche minuto, la tracklist segue una ritmica alternata: le prime tre tracce (The Werewolf, Wristband e Street Angel), fondate sul crate digging di Clap! Clap!, straripano di suoni ed effetti, battiti di mani, percussioni, contrabbasso e batteria, lasciando solo alla voce il compito di definire una linea melodica; si passa poi alla title track Stranger to Stranger, una ballad à la Sting in cui entrano in campo chitarra e strumenti a fiato; la ritmata narrazione senza strumenti polifonici di Street Angel viene ripresa nella traccia seguente, In a Parade, alla quale segue una seconda ballad, Proof of Love, più eterea e “suonata” della precedente, con sitar, dobro, fiati e cori; si prosegue con un blues-rock, The Riverbank, ed un brano folk con tanto di susaphone, per finire con una composizione sperimentale che cerca di descrivere attraverso la musica lo stato vegetativo e al tempo stesso vigile dell’insonnia (Insomniac’s Lullaby).
Trentasette minuti di esercizi di stile, racconti di vita, sperimentazioni e pura esperienza: Stranger to Stranger è semplicemente la tredicesima prova che Paul Simon è un progressista, fortunatamente incapace di concentrarsi solo sulla realizzazione delle aspettative del suo pubblico, ma sempre abile nel catturare l’attenzione dell’ascoltatore a 360 gradi.
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