Recensioni

A cinquant’anni puoi permetterti tante cose, se il tuo nome è Paul
Weller. Per esempio – oltre a mèches oltraggiose e fidanzate di una
trentina d’anni più fresche -, uscirtene con l’album più vario e
sorprendente di una carriera solista che varia e sorprendente non è mai
realmente stata; piuttosto portata avanti, da circa tre lustri a oggi,
fra dignitoso mestiere e alcuni guizzi da fuoriclasse, senza comunque
mostrare alcuna smagliatura. Non che in realtà questo 22 Dreams– un doppio di quelli che si vedevano in giro una quarantina d’anni fa,
tanto che la stampa inglese ovviamente parla già del “suo White Album”
– ci dica qualcosa che non conoscessimo già: c’è un po’ tutto quello a
cui l’Uomo ci ha abituati (e con cui si è sollazzato) nel corso delle
ultime tre decadi, ovvero un cocktail di rock, pop, soul, folk, ’60 e
’70, sorretto da un songwriting il più delle volte di classe, che qui
raggiunge livelli di eccellenza (Cold Moments, Invisible, All I Want To Do, Sea Spray).
Di
nuovo, semmai, c’è il modo in cui Weller affronta il tutto. Ovvero
senza briglie, noncurante di miscelare gli ingredienti più disparati
(le vibes alla What’s Goin’ On di Empty Ring, il mod-a-go-go della title track e Push It Along, le splendide fascinazioni acustiche di Light Nights e Why Walk When You Can Run, il Neil Young pianistico di Where’er Ye Go, la screamadelia di Echoes Round The Sun), capace perfino di battere, a mo’ di sfizio, qualche sentiero a lui decisamente poco familiare (il tango di One Bright Star, la psichedelia heavy di 111, la trance orientale virata in kosmische di Night Lights).
Oltre
alla solita assistenza di Steve Craddock e del producer Simon Dine, la
presenza di comprimari di lusso quali Noel Gallagher, Graham Coxon (in Black River, già frutto della collaborazione dell’anno scorso sfociata nel singolo This Old Town)
e Aziz Ibrahim aggiunge quel tocco di eclettismo in più che, in un
lavoro sicuro, spavaldo, solido e diretto come questo, non guasta di
certo. L’impressione, insomma, è quella di trovarsi al cospetto di un
artista finalmente arrivato nel luogo in cui ha sempre desiderato
trovarsi. Se il suo nome è Paul Weller, la cosa ci fa ancora più
piacere.
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