• Giu
    01
    1999

Classic

Matador

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Avete presente il video alternativo di Major Leagues? Mi riferisco a quello più accattivante e “potabile”, con la band colta in rilassante scazzo durante una pazzoide partitella a minigolf. Se la band ostenta l’aspetto trasandato/trasognato di sempre (forse più di sempre), Stephen Malkmus fa lo sbruffone narciso su collinette erbose, languido il suo sguardo in camera, l’aria complice al punto da imbarazzarti. L’effetto d’insieme è più buffo che beffardo, tutto sommato innocuo, amichevole. Ecco, guardando e riguardando quel clip credo di aver capito un paio di cose sui Pavement: che quel loro impeto amarognolo e angoloso, quel disarmante tour de force anti-stilistico, quel loro ridendo & sferzando, non era altro che una mascherata, un necessario dispositivo d’autodifesa. Offrire il minor profilo possibile. Esercitare una strategia defilata da consapevolissimi perdenti. Muoversi rasoterra, perfettamente armonici alla normalità. E intanto, in virtù di questo, covare idee ed energia per garantirsi un futuro da “outsiders integrati”. Lottare da dentro e di fianco e in obliquo. Accanto.

I Pavement, da Stockton, California: cinque studenti universitari invasati di Velvet Underground, Replacements e Sonic Youth (tra gli altri). La notizia del loro “split” mi lasciò stranito, tuttavia per nulla sorpreso. E’ facile dirlo oggi, ma Terror Twilight – a partire dal titolo – mi suonò proprio come un canto del cigno. E non perché sia un disco stanco o arreso: semmai il lavoro di una band che fa il punto della situazione e scopre di avere già oltrepassato il traguardo, quasi senza accorgersene. Voglio dire, questo disco non è una vetta, è una collina: ma che bel paesaggio, che colori, che luce morbida, che aria tiepida e tremolante. Prodotto da un Nigel Godrich reduce dai fasti Radiohead e Beck, dipana un programma lisergico e svagato: folk psichedelico, quadretti venati di nostalgia, meditazioni irrequiete e vibranti, ballate in bilico sul collasso emotivo. Episodi come Folk Jam, Speak, See, Remember o Billie sbandierano una profusione di stilemi blues e folk che – per quanto sottoposti a perturbazioni asprigne – spostano l’iconoclastia su posizioni ben più concilianti. Sembrano aver capito, i cinque ormai ex ragazzi, il rischio di suonare a vuoto in uno scenario apparentemente inscalfibile. Sembrano seduti sulle macerie immaginarie di un incantesimo che sanno bene di non poter demolire. E, naturalmente, non sono felici.

Da cui quel vago, opalino, persistente sentore di nostalgia. Se Cream Of Gold compie doveroso omaggio all’altare del post-grunge, il resto del programma bazzica territori decisamente meno vigorosi. Praticamente un festival delle ballate sull’orlo di acidule visioni: le meditazioni BeatlesByrds dell’iniziale Spit On A Stranger, il caracollare traslucido di Ann Don’t Cry – dalle vaghe ascendenze Lou Reed – o la malinconia obliqua di The Hexx in cui la scia dei Big Star incrocia quella irrequieta dei Television. Eppoi Major Leagues, certo: aromi country a speziarne l’inquietudine dissimulata, una tenera, accomodante mestizia. Il clip alternativo di questa canzone fu realizzato perché quello “ufficiale” si rivelò ostico per gli standard MTV, col suo granuloso pseudo-amatoriale dove un ragazzo munito di enormi cuffie canticchia il pezzo assistendo ad incontri di wrestling di serie zeta. Per questo fu deciso di correre ai ripari, e meno male. Tra i due video corre infatti uno iato estetico nel quale (consapevolmente?) si rivela la “funzione” di questo disco: mitigare la minaccia, differire la beffa, disinnescarsi per segnare i confini di una nuova appartenenza. Mimetizzarsi per non farsi vedere (prendere) più. Ciao ciao.

Ecco perché la genialoide allegria di …And Carrot Rope – fantasmi vaudeville, sciocchezze rag, scorribanda beat, centrifuga Kinks, Lennon/McCartney e Pixies – ti congeda con una stringente uggiolina nel cuore. Che nessun Malkmus solista o Preston School of Industry – per quanto dignitosi e anche buonissimi – potranno mitigare.

15 Ottobre 2005
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