Recensioni

La sigla dirà poco sulle prime, ma dietro ritroviamo un personaggio che tanto ha contribuito a far crescere un suono passatista quanto si vuole, ma pur sempre attualizzato ai dettami del garage più storto e mutante. Peacers è infatti la nuova “band” di Mike Donovan da quando la casa madre Sic Alps è passata a miglior vita, ed è nuova di zecca dato che, a parte un contributo in una compilation targata Record Store Day 2015 e messa su da Reanimator – in cui il nastro era condiviso con la meglio gioventù americana (gli immancabili Thee Oh Sees e Ty Segall, più J.C. Satàn, Frankie Rose, PC Worship e molti altri) – di manifestazioni sonore dei Peacers se ne erano viste pochissime altre.
Ora il full length d’esordio ci dice molto di più, ma al contempo anche molto di ciò che ci saremmo aspettati da Donovan and friends (della partita è, stranamente, anche Ty Segall che co-produce e suona qua e là, forse addirittura in sede live, ma di più non è dato sapere). Sixties rock suonato con procedere sfatto e piglio garage, venato di quel lo-fi che fa rima con fattanza, sporcato di quella psichedelia docile che prende i passaggi bucolici e li sfalda tramite sfocature oppiacee, a volte accendendosi sulle note di un rock imbastardito (Kick On The Plane), altre abbandonandosi all’indolenza da tramonto drogato (The Kid), facendosi ora classica (Mary Jane/Glorious Sunshine), ora sensualmente ciondolante (Super Francisco). Musica che ondeggia in un universo tutto suo, prendendo a paragone tanto la west coast americana più colorata e sguaiata quanto il versante più debosciato e indolente dell’opposta Albione.
L’ambito è quello e non se ne esce, la qualità è tanta come al solito, seppur irregolare e umorale, quindi prendere o lasciare. Anzi, per dirla con la press, “give Peacers a chance”.
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