• set
    01
    2009

Album

Monkeywrench Records

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Per il nono album di inediti in diciotto anni, i Pearl Jam recuperano l’antico compagno d’avventure Brendan O’Brien – con cui collaborarono l’ultima volta ai tempi di Yield (1998)  – affidandogli la produzione di quello che, fin dal titolo, vorrebbe essere un lavoro che torna sui passi compiuti. In effetti, si respira un’aria diversa da quella invero pesantuccia degli ultimi tre dischi.

Backspacer è sbrigliato e conciso, mediamente più ottimista del solito, un album di rock’n’roll energico e appassionato di stampo abbastanza tradizionale per non dire generico, non troppo preoccupato di tutelare il Pearl Jam-sound (vedi anche come si ricorre spesso al pianoforte, suonato dallo stesso O’Brien). Sono talmente navigati e coesi questi cinque ex-esponenti di punta della scena di Seattle, che sembrano in grado di poterti scrivere la ricetta, il perfetto dosaggio tra assalti up-tempo e trepide ballate (forse le ballate sono un po’ troppe, ma tant’è…) per sfornare la scaletta perfetta.

Veniamo agli ingredienti: le scorribande sono tese, però inevitabilmente (?) infarcite di già sentito. Ad esempio, Gonna See My Friend apre con lo stesso impeto scomposto di Brain Of J (che a sua volta inaugurava – guarda un po’ – il programma di Yield), mentre Supersonic potrebbe essere Mankind – parimenti composta da Gossard – rifatta col piglio garrulo e garbato di un Huey Lewis (gosh!). Se l’obiettivo era farti sbattere un po’, tutto bene. Non stiamo certo qui ad accampare pretese. Però che peccato quei bridge senza nerbo né ragione, tristi come esercizi obbligatori.

Lo stesso sentore di prevedibilità, di binario percorso un milione di volte staziona nelle ballatone come Speed Of Sound e Amongst The Waves, mentre nelle più folk-oriented Just Breathe e The End spunta il Vedder versione bardo epico/bucolico di Into The Wild, armato di chitarra acustica e spalleggiato dall’orchestra. Tutto sommato, questi ultimi sono forse i pezzi migliori del lotto.

E quindi, e infine, cosa dovrei concludere, io che ho amato le palpitazioni anarchiche, i misteri pulviscolari, la densità proteiforme di No Code, la bieca ebbrezza di Vitalogy e di Vs. l’incandescente rappresaglia? Ben poco, in verità. In calce a quella ricettina di cui sopra Vedder e compagni dovrebbero aggiungere qualche notarella riguardo al nerbo, all’urgenza, all’additivo che rende un disco – per come può – inevitabile. Per qualche motivo troppo lungo da spiegare, un disco targato Pearl Jam che sia soltanto divertente, non riesco a farmelo bastare. 

25 Settembre 2009
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