Recensioni

Non si può dire che non ci abbia provato. Si è messo al pianoforte tutti i giorni per quattro mesi con la precisa volontà di scrivere delle perfette canzoni in stile Adele. Se ci pensate un attimo sarebbe la perfetta coronazione di uno stereotipo: giovane musicista gay che dopo un passato nel mondo indie trova il successo grazie alla cantante che fa piangere tutte le casalinghe del mondo. Lo racconta lui stesso, avrebbe messo a posto i conti di casa sua per un bel po’ di tempo, e dopo le lacrime di prammatica, unghie laccate di rosso o meno, forse avrebbe potuto dedicarsi a quel disco personale che davvero voleva fare da tanto. “Ma non venivano: semplicemente non venivano“, e allora si butta tutto per ripartire da zero. Per fortuna, possiamo dire adesso, perché il risultato è Too Bright: i migliori 33 minuti di songwriting del 2014. Il resto, con brutale senso di realtà, è solo una montagna di cazzate.
Dopo Learning e Put Your Back N2 It che avevano posto stabilmente Mike Hadreas da Seattle, in arte Perfume Genius, nel radar di Sentireascoltare, ora il terzo “difficile album” rivela un songwriter di razza purissima capace di allargare il proprio raggio d’azione per non rimanere ingabbiato nella ripetitività della formula piano-voce, e mostra una curiosità sperimentale che non sospettavamo. E in più ci dimostra che 33 minuti, per 11 brani, sono più che sufficienti per “fare uno statement”, come dicono gli americani. Perché pur non mancando i riferimenti al proprio recente passato, Too Bright è un album del non-ritorno, con l’asticella volontariamente alzata rispetto ai quattro anni precedenti. In fin dei conti, se Mike Hadreas avesse prodotto un’altra manciata di torch song a tema “gay panic”, come dice lui stesso, nessuno avrebbe avuto niente da ridire: i fan contenti ad applaudirlo live, la comunità LGBT felice perché finalmente qualcuno parla di tematiche a loro care, i critici a benedire con una simbolica pacca sulla spalla il buon lavoro di una voce interessante della scena indie.
E invece no. Si mandano delle bozze di brano ad Adrian Utley dei Portishead, che apprezza e comincia a corrispondere con il ragazzo di Seattle. Allora Mike capisce che può chiedere di più. A sé e agli altri: vuole usare quelle macchine che Utley conosce così bene. Rivuole l’amico John Parish a suonare la batteria, dove ce ne fosse bisogno. E, più di tutto, vuole provare a varcare il proprio orizzonte verso territori ancora inesplorati. C’è l’amato rhythm and blues anni Cinquanta sbiancato a dovere (My Body), ci sono i Suicide (Grid), scalpitii Eighties firmati dalle tastiere (Fool e Longping), ci sono vocalizzi in libertà che sfociano in territorio Scott Walker (I’m A Mother), c’è il marchio di torbida schiettezza che tanto ammira in PJ Harvey e Nina Simone (Queen). Su tutto aleggia una rabbia trattenuta, meditata e scelta come via espressiva, come se dopo avere sputato la propria psicanalisi personale nei primi due dischi, ora Mike Hadreas abbia trovato la quadratura e la fiducia definitiva nei propri mezzi.
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