Recensioni

Sì, Kind Heaven prima di essere il disco del comeback da solista per l’ancora vivace e volitivo frontman dei Jane’s Addiction è un progetto mirabolante, immersivo, megalomane – e naturalmente costosissimo – presentato in una conferenza stampa circa tre mesi fa. A parte qualche anticipazione un po’ farraginosa riportata in questo articolo di Forbes (la testata la dice già lunga) non sappiamo ancora molto di questa città-installazione-parco tematico-set teatrale-sala da concerto-negozio virtuale e chissà cos’altro (incluso quello che Farrell chiama holographic porn) che prenderà forma in quel di Las Vegas e con cui il rocker losangelino nonché curatore dei primi storici Lollapalooza starebbe cercando di aprire una nuova frontiera dell’entertainment musicale – o come direbbe qualche nostro collega, di rivaleggiare in turbocapitalismo con Madonna e i divi del pop… questo lo scopriremo solo vivendo.
Dicevamo, per ora l’assaggio di questo Xanadu tecnologico è soltanto l’omonimo album: sarà la colonna sonora? Ascoltandolo si potrebbe pensare che sì – è quasi una rivista che passa in rassegna un mezzo secolo di pop music, una giostra musicale in cui si passa da una sala a tema all’altra, con un mix all’avanguardia in Atmos 7.2 pensato per essere “immersivo” (come dovrebbe esserlo il Kind Heaven di Las Vegas). Una sola di queste nove stanze è per l’hard rock dei Jane’s Addiction, comunque sottoposto a morphing digitale in Pirate Punk Politician, beffarda protest song (chi sia il protagonista è fin troppo facile capirlo). Per il resto c’è un po’ di tutto: dai puri e swinganti Sixties nel sapore bellamente rétro di (Red, White and Blue) Cheerfulness e Snakes Have Many Hips alla disco-wave di Machine Girl. Ci sono ologrammi che si trasformano nel volgere di un paio di battute come il duetto con la signora Farrell di One, da un momento all’altro funkettone slystoniano e canzone romantica da girl group anni ’60, e poi che dire della sprezzatura con cui un Arthur Lee virtuale sembra viaggiare a braccetto con l’ultimo Bowie di Blackstar (produce, a proposito, Tony Visconti) in More Than I Could Bear, un omaggio in attesa dei papabili duetti virtuali – anche questi accennati nell’articolo di cui sopra – come il Prince virato house di Spend the Body (sono pezzi originali ma su cui aleggia l’aura di questi artisti). L’orchestra, che del progetto è parte integrante, sventaglia archi, e non solo sul finale di Let’s Pray for This World.
A dirla tutta, amici, per qualunque kitscheria o realtà aumentata possa pure essere stato pensato, Kind Heaven è un disco che funziona e si difende da sé (e per fortuna, dovremmo dire). Nulla per cui gridare al miracolo, però vario, divertente, godibile, persino discretamente fresco (che per un fresco sessantenne, scusate il gioco di parole, è una nota di merito). Farrell lo conosciamo come le nostre tasche: istrione, piacione, sornione, professionista e showman navigato, esaltatissimo da questa sua idea, non sappiamo se farà sul serio con il suo “mondo di Perry”. In attesa (o nel timore) di vederlo trasformare in un novello Liberace o in un “Madonno” dell’alternative rock, almeno in questa parte musicale ha chiamato le persone giuste (un producer scafato come Visconti) e fatto le cose per bene, con disinvoltura e leggerezza positiva persino invidiabili.
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