Recensioni

6.5

Tre anni dopo Del nostro tempo rubato, sorta di Blonde On Blonde – con rispetto parlando – che scozzava l’estro ipotizzando tutti gli sbocchi possibili della cifra stilistica, i Perturbazione tornano col sesto album nel segno della concisione (dieci pezzi per poco più di mezz’ora complessiva) e di un piglio pop marcatamente elettronico. Una svolta strettamente correlata alla scelta di un produttore come il corregionale Max Casacci, fatto di per sé sorprendente ma che non sembra distoglierli dal canovaccio di sempre. Ovvero, Cerasuolo e compagni continuano a muoversi nel solco mediano tra cantautorato sensibile, indie asprigno ed intrigante radiofonico, uno stile e un mood consolidati negli anni e perciò riconoscibilissimi.

Siamo in presenza quindi di una variazione sul tema che appare tanto più riuscita quanto più rispettosa del verbo della band piemontese, che da questa ebbrezza synth-wave pare lasciarsi investire senza perdere quel particolare equilibrio così fragile eppure così tenace (un po’ come è accaduto all’ultima Cat Power, se mi consentite l’ardire). Al solito, e malgrado i proclami (il comunicato stampa arriva a citare Bjork, Phoenix e persino David Bowie…) non c’è vera sperimentazione, nessuno spiraglio d’inaudito. E’ semmai un gioco che guarda allo ieri e all’altro ieri evoluti, contando sulla capacità di definire un popolare raffinato e appassionato, piacione ma non banale, una terza via insomma che funzionava e ancora funziona. Vedi l’ordito nervoso e asciutto di Monogamia con le sue arguzie battistiane reloaded, il boogie robotico di Questa è Sparta (dove si sprimacciano gli anni Zero assieme a I Cani), la stolida pulsazione funky dance della title-track (la più Subsonica del lotto).

Il punto di forza alla fine resta la scrittura, in grado di stemperare con disinvoltura apprensione e morbidezza, come nella wave caramellata di Diversi dal resto, nella marcetta quasi Xtc di Chiticapisce o nel dub tra lo stranito e l’abboccato di Ossexione (ospite l’emergente – ennesima cavallina della scuderia Sugar – Erica Mou). Ma è anche un punto di debolezza, perché di fronte ad una pur gradevole La vita davanti o alla poco più che sanremese I baci vietati (dove riportano a galla uno dei loro potenziali padrini, il quasi desaparecido Luca Carboni) il senso di automatismo è pressoché inevitabile. Ci provano, certo, ad alzare l’asticella e sparigliare le coordinate, però quando lo fanno pagano pegno: tanto Mia figlia infinita (valzer folk dolciastro tra smarrimenti sintetici e orchestrali) che Legàmi (sincopi e trepidazioni androidi come dei Depeche Mode impressionisti e un po’ squinternati) scontano quel pizzico di artificiosità che basta a renderle empatiche come soprammobili sofisticati.

E’ il disco insomma di una band matura che tiene in caldo un’adorabile sindrome di Peter Pan, sprimaccia dilemmi esistenziali ed epocali con leggerezza struggente e guardandosi bene dal risolverli, crocifigge con garbo la svalutazione di certi valori (la sindrome del “fattore X”) ma solo per cavalcarli con un canzonettismo che tocca pochi tasti ma quelli giusti tra cuore e cervello, tra io e media, tra stereotipo e ricercato. Sono una delle migliori realtà pop-rock italiane degli ultimi quindici anni e si fanno distribuire in allegato da un mensile con più sponsor che anima: la morale, se c’è, la lascio a voi.

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