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Il jazz non è rilassante […] Insomma guardali bene, guarda il sassofonista adesso, ha dirottato il pezzo, va dove gli pare. Ognuno di loro sta componendo, ri-arrangiando, sta scrivendo e ogni tanto suona la melodia. Guarda là il trombettista, lui segue una sua idea e tutto questo è conflitto e anche compromesso ed è nuovo ogni volta, nuovo ogni sera.
La La Land (Damien Chazelle, 2016)

Joe Gardner (Jamie Foxx). Still da “Soul” (2020). Regia: Pete Docter

Le cose non sono più quelle di una volta (Things ain’t what they used to be). Questo è il titolo dello standard jazz di Duke Ellington che Joe Gardner (Jamie Foxx), il protagonista quarantenne dell’ultimo film Disney-Pixar Soul diretto da Pete Docter (Inside Out, 2015), sta cercando di insegnare alla classe di una scuola media di New York. Nella stanza regna un’incontrollabile cacofonia da stridenti stonature, tempi accelerati o rallentati e ragazzi particolarmente distratti. Solo la timida Connie (Cora Champommier) sembra destinata a grandi cose con il trombone, ma viene frenata dalle sue profonde insicurezze e dal fatto che, di base, per Joe l’insegnamento è solo un lavoro temporaneo utile al superamento della giornata.

Nonostante i rimproveri della madre Libba (Phylicia Rashad), la proprietaria di una piccola sartoria attraverso la quale continua ad aiutarlo economicamente, il sogno di Joe è suonare il pianoforte con i grandi jazzisti che ogni sera si esibiscono nel suo locale preferito, l’Half Note (in riferimento al mitologico Blue Note del Greenwich Village); uno scopo di vita che deriva dal padre scomparso Ray, anche lui musicista («il jazz è musica nera di improvvisazione, uno dei nostri più grandi contributi alla cultura americana»). La svolta per Joe arriva dopo l’improvvisa chiamata del suo ex-allievo Curley (Questlove), un batterista che è riuscito ad entrare nella band capitanata dalla leggendaria sassofonista Dorothea Williams (Angela Bassett): stanno cercando un nuovo pianista per una serata all’Half Note. Il problema è che spesso il destino ha altri progetti.

Still da “Soul” (2020). Regia: Pete Docter

Indipendentemente da quanto si possa essere d’accordo o meno con la visione del jazz propria di Damien Chazelle, il regista che con il “dittico musicale” Whiplash (2014) / La La Land (2016) ha riportato il genere sullo schermo in quanto motore narrativo, anche per Soul sembra che la questione ruoti intorno a ripetizione, improvvisazione, conflitto e compromesso (che idealmente rispecchiano la struttura tipica intro, head, solo section, head out e coda). All’inizio il quotidiano di Joe è alimentato dalla ripetizione, che sia uno standard jazz difficile da insegnare, un scopo di vita apparentemente irraggiungibile, una madre che non lo comprende, un anonimo taglio di capelli che il suo barbiere di fiducia Dez (Donnell Rawlings) non fatica a ricreare. Poi, come spesso accade, arriva l’improvvisazione: una chiamata inaspettata, l’approvazione della divina Williams, il primo ingaggio all’Half Note, un mortale tombino aperto, l’inizio di un nuovo e tortuoso viaggio. Tutto questo accade nei primi dieci minuti di Soul che ripete e re-interpreta (quindi improvvisa) la riflessione sulla morte iniziata nel 2009 con Up (co-diretto con Bob Peterson) e proseguita da Lee Unkrich con Toy Story 3 – La Grande Fuga (2010) e Coco (2017).

Ma questa volta, pur essendo sempre presente quel necessario «un poco di zucchero» disneyano, lo sguardo è davvero rivolto ad un pubblico adulto, data l’estrema complessità della sua forma e della sostanza («il jazz non è rilassante»). Mentre negli altri film Pixar sopracitati il “viaggio dell’eroe” serve affinché non si dimentichi mai chi non c’è più, in Soul si va dritti al centro del mistero più grande: è il protagonista a morire quindi, di riflesso, il messaggio non è tanto accettare la morte degli altri ma la nostra. E, giusto per scomodare Giuseppe Ungaretti e il suo «non sono mai stato così attaccato alla vita» (Veglia in Il Porto Sepolto, 1916), è esattamente “per contrasto” che anche Docter ha deciso di agire (amare la vita avvicinandosi alla morte).

Still da “Soul” (2020). Regia: Pete Docter

Ecco allora la “terza parte” di un componimento jazz, il conflitto, che si manifesta nel corso delle varie tappe del viaggio di Joe (scandite sempre dall’improvvisazione). Da un punto di vista tematico è simbolico il rapporto litigioso tra Joe e la già iconica 22 (geniale Tina Fey): il primo, che non accetta minimamente la morte perché all’inseguimento di uno scopo, riesce a scappare temporaneamente dall’Altro-Mondo (una scala mobile che scorre verso un inquietante infinito); la seconda, che invece rifiuta la nascita adagiandosi nella sua (ancora) assenza di scopo, sta fallendo da millenni il suo “addestramento” nell’Ante-Mondo, ripudiata da mentori illustri come Copernico, Abraham Lincoln, Karl Jung, Mohammad Ali e Madre Teresa di Calcutta («Provo compassione per tutte le anime. Tranne la tua»).

Ma in Soul ad essere ancora più visionaria è la rappresentazione. Se per illustrare la bellezza della vita la Pixar ha intensificato ulteriormente il realismo della CGI, con una New York ricostruita nei minimi dettagli sensoriali e personaggi sì fumettistici ma sempre più materici, per quanto riguarda l’Oltre-Mondo l’animazione tende all’astrazione più pura, approfondendo le geniali intuizioni di Inside Out; a dimostrazione c’è la raffigurazione dei consulenti dell’Ante-Mondo (Jerry) o del contabile dell’Altro-Mondo (Terry), le cui forme ricordano i quadri cubisti di Mirò e Picasso, la storica La Linea di Osvaldo Cavandoli o l’icona del Finder di un computer Mac. Docter agisce quindi sia per shock estetici, mescolando tridimensionalità e bidimensionalità (animazione al computer e animazione classica), che per shock sonori, unendo una colonna sonora “analogica” (il jazz di Jon Batiste) ad una di stampo “digitale” (l’elettronica di Trent Reznor e Atticus Ross).

Still da “Soul” (2020). Regia: Pete Docter

Molte anime convivono dentro Soul (scusate il gioco di parole) e questo ha reso necessario un compromesso: per dirla sempre “alla maniera del jazz”, una sintesi per chiudere l’improvvisazione, riappacificare i contrasti e riprendere la melodia principale, comunque diversa perché frutto di consapevolezze inedite o riscoperte («Le cose non sono più quelle di una volta»). Così Pete Docter chiude il suo ultimo capolavoro con una tale semplicità di sintesi che lo avvicina obbligatoriamente alla bellezza eterna del cinema classico americano, ma non senza avere un occhio di riguardo per le produzioni recenti (di nuovo il contrasto); impossibile infatti non notare riferimenti alle atmosfere ottimistiche de La vita è meravigliosa di Frank Capra (1946) e, paradossalmente, alle trovate fanta-horror di Scappa – Get Out di Jordan Peele (2016). Ma la meraviglia finale raggiunge anche tutte le altre indimenticabili opere Disney/Pixar.

Qui si nasconde la vera grandezza concettuale di Soul, nel suo essere contemporaneamente un punto (“a capo” o “e virgola”) e una linea, capace di barcamenarsi tra ritrovate melodie, improvvisi cambi di rotta e nuovi orizzonti ancora da esplorare.

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