Recensioni

Si va presto in saturazione con gli egomaniaci così come loro sono saturi di se stessi e dei loro vizi. Soprattutto è Pete a scocciare, lui mai pago, un disco all’anno e tournée. Tournée e poi l’album e noi, a ogni nuova recensione, non poter prescindere dal personaggio. Da quello pubblico e privato e dal fardello di tutto ciò. Mi sono scocciato di parlare di Pete, di leggerne sulle riviste di critichella ancor di più, ma è in sostanza il vincolo a cui ti lega che devasta: droga e talento. Talento e droga.
Ti annoi a far mitologia punk ogni santa volta. Sei patetico. Kate e coca. Questo e quello. Con condanna finale: ti rimane da dire che è bravo. Ha personalità. Sa interpretare le sfumature della madida e translucida persona amplificata qual è ecc. tanto che alla terza volta preferiresti fare tutt’altro. Odi farlo quanto lui odi o ami se stesso a seconda di quello che lo addiziona.
Il nuovo album in proprio non lo smentisce, Grace / Wastelands è un’uscita acustica con il piglio un po’ Conor Oberst. La raccolta adulta del ragazzo adulto che si confronta con la tradizione da dove il suo esser giovane proviene. Dunque rhythm’n’blues, giamaica crooning, accordi blues, quelle cosine avant spettacolo dei Libertines portate a salotto buono, il ragtime con gli amati anni trenta e tante storie di girls. C’è pure un ensemble d’archi in una paio di occasioni a tingere di raffinata decadenza le ballate come piacerebbe a un Lou Reed. Proprio come lui, pure Pete adora quanto di nero e reietto abita in un’anima rock che ci piace pur sempre prostituta, decadente e egomaniaca.
Non ci piace parlarne, ma siamo così, trasferiamo nel solito nero laido e bianchissimo Syd like i nostri reconditi desiderata. E Pete, più forte, o perlomeno meglio consigliato dei soliti martiri rock, sorprende per costanza e argomenti in fiammella. Ruffiano come sa cambia arrangiamenti e amicizie e il sempre più scaltro piglio produttivo rafforzano un’indole sempre più musicata e musicabile (qui l’ormai sodale Street ai bottoni e niente meno che Coxon che di nome fa Graham alla chitarra, fanno un lavoro da veri professionisti).
E tutto torna nei nuovi pezzi a spina staccata, senza pretese di far generazione, ideali esercizi di stile da portare, chitarra a braccio (…meglio se di Coxon), davanti a un teatro. Pete o Peter (che fa più serio) interprete fa propria la tradizione. E in sostanza è così: ancora bravo o bravino e poco c’importa. A non annoiare è questo vestito da hobo rock quattro stagioni, quattro generazioni e più. E quanto bene ci si muova dentro. E quanto ci piaccia il Novecento. E l’Europa vecchia e decadente.
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