Film

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Un paio di giorni fa due uomini hanno aggredito Jussie Smollett fuori da un ristorante di Chicago; l’attore di Empire, che nel 2015 aveva pubblicamente fatto coming out, è stato ricoperto di botte, insulti razziali e omofobi, sostanze chimiche e strangolato con una corda. Nel 2017 gli americani hanno eletto Donald Trump come loro nuovo presidente dopo Barack Obama; tra i suoi elettori ci sono moltissimi suprematisti bianchi che credono nella superiorità della razza bianca e la sua politica di chiusura dei confini (sia geografici che sociali) mette in discussione i diritti di ogni essere umano. In che diavolo di epoca viviamo? È tanto diversa dagli anni Sessanta, momento di transizione culturale per il paese e sfondo del racconto di Green Book? Fa un po’ paura dirlo ma no, le cose non sono cambiate affatto. La storia più recente ce lo ricorda e con lei anche il cinema mainstream, quello che arriva dritto all’obiettivo, senza fronzoli, forte della sua formula ben rodata: mettete insieme una ottima sceneggiatura, la tematica della discriminazione – sempre attuale, ma mai come oggi durante l’era trumpiana – una coppia di attori irresistibili e un certo gusto old-fashion per un tipo di film che non si propone da tempo e avrete la ricetta perfetta del classico istantaneo.

Il viaggio di Tony Vallelonga e Don Shirley, un buttafuori italoamericano bianco e un virtuoso pianista di colore, lungo le maggiori città del sud degli Stati Uniti è vero ed è accaduto nel 1962: Tony deve mantenere una famiglia numerosa e accetta di fare da autista ad un uomo che si è arroccato nella sua lussuosa casa sopra la Carnegie Hall a contemplare il privilegio dall’alto di un trono (è così che ci viene presentato). I due partono alla volta del tour di concerti portando con sé la Negro Motorist Green Book, praticamente una guida per hotel e locali dove le persone di colore possono sostare e non avere problemi. Un’assurdità allora, figuriamoci adesso; eppure episodi di sicurezza inesistente e terrore razziale sono all’ordine del giorno, in America come in Italia.

L’aspetto più interessante e divertente del film, già premiato a Toronto dal pubblico e destinato a conquistare almeno una statuetta ai prossimi Oscar, è questo capovolgimento di ruoli per cui il personaggio di Don Shirley, che sempre “vittima” rimane ma non nello schema fisico di chi guida e chi sta dietro, è quello che Gautam Malkani avrebbe chiamato “coconut” (vezzeggiativo per descrivere una persona di colore che ha modi da bianco e ascolta musica da bianco), elegantissimo, privilegiato, colto, mentre Tony Vallelonga è il cittadino figlio di immigrati svantaggiato, costretto ad arrabattare soldi in ogni modo (anche illegalmente), ignorante, grossolano nei modi. Un equilibrio portato avanti anche dal diverso linguaggio che i protagonisti adottano e dalla recitazione di Mahershala Ali e Viggo Mortensen; il principe nero e il poveraccio bianco, uniti contro l’ingiustizia, che diventano amici per la vita, è un’equazione difficile da ottenere e che in Green Book si realizza non in senso favolistico ma concreto, basato su piccoli gesti e sentimenti sinceri.

Incredibile che dietro un miracolo di commedia “politica” così gradevole e intelligente ci sia nientemeno che Peter Farrelly, regista e sceneggiatore che insieme al fratello Bobby ci ha regalato pellicole come Tutti pazzi per Mary, Scemo & più scemo, Amore a prima svista; questo non ha la loro scorrettezza morale e conserva un’integrità e un rispetto per la materia rari nel cinema contemporaneo.

31 Gennaio 2019
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