• mag
    01
    1986

Ristampa

Charisma Records

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Proseguendo nella logica del grande futuro dietro le spalle, il rock festeggia So, quinto titolo nel repertorio solista di Peter Gabriel, il suo più celebre e venduto, con una edizione in blue ray della serie “Classic Album” ed un box contenente l’immancabile versione rimasterizzata, le incisioni del work in progress, un live tenuto ad Athens nel 1987 più due DVD contenenti lo stesso live ed il suddetto documentario. Una volta accettata questa logica della celebrazione di lusso per tasche ahinoi sempre meno facoltose, credo si possa dire che questo album lo meriti. Per l’effettivo valore e per le circostanze storiche in cui ebbe la tempestività di vedere la luce.

Uscito dalla peculiarità progressiva dei Genesis come un fricchettone arty, divenuto sperimentatore pop-wave ferma restando la visionarietà teatrale, Gabriel raggiunse la metà del decennio edonista con meno voglia d’indossare maschere e la volontà d’incarnarsi finalmente nel ruolo di musicista aperto alle istanze tecnologiche (i sintetizzatori, le modalità d’incisione e le possibilità espressive della videomusica) e alle influenze dei sempre più vicini – perché mai tanto raggiungibili – “altri mondi” sonori (Africa e Sudamerica in primis), quest’ultima affinità già esplicitata fin dal 1980 con l’ideazione del festival WOMAD. I tempi erano maturi quindi per uscire dal bozzolo (pseudo) avanguardistico dei quattro album omonimi/senza titolo, che pure non avevano lesinato vena melodica a pronta presa (da Solsbury Hill a Wallflower, da Biko alla clamorosamente fortunata Shock The Monkey), per sfornare la sua idea di album pop rock totale: struggimenti epici e cerebralità sferzante, sound strutturato sottoposto ad una progettualità puntigliosa che non prevedeva vuoti né eccessi, pennellate black e poliritmie afro su fondali sintetici orientati però ad un superamento della dimensione artificiosa verso un calore quanto mai organico.

Coadiuvato alla produzione da Chris Hugues e Daniel Lanois, l’ex-Genesis architettò un’idea sonora che non si arroccava sugli ottimi risultati conseguiti cogli album precedenti, nei quali dominava un’asciuttezza sbalorditiva che consentiva di rendere nel dettaglio le complessità ritmiche (per questo motivo era arrivato ad eliminare scientemente i piatti dal drum kit) contribuendo nel contempo a definire l’aria da algida nevrosi post-industriale. Da questo punto di vista, So introduce indubbiamente una tangibile normalizzazione del suo sound, però a onor del vero strettamente funzionale al progetto, per molti versi interpretabile come compimento in chiave pop del percorso gabrielliano. Non una diminutio quindi anzi il tentativo ambizioso di definire una dimensione nuova del pop in uscita dalla banalizzazione synth wave del new romantic e delle arguzie “one hit wonder”.

In ragione di ciò, se è vero che per tensione, sostanza e intuizioni il miglior Gabriel va ricercato tra il suo terzo ed il quarto album (i cosiddetti Melt e Security), l’impatto di So nell’immaginario collettivo ce lo rende il suo titolo più importante ed un lavoro capitale tout court. Certo, l’esperienza di ascolto oggi può restituire sensazioni parecchio inflazionate, ma è proprio per l’inflazione che ha provocato nella modalità e nell’idea di costruire musica pop di largo consumo. Rispetto a So d’improvviso molto di quello che andava per radio – quando anche tentasse di riarticolare suggestioni “etniche” ed espedienti sintetici di ultima generazione – sembrò un piatto carosello di arguzie tecnicistiche. Nell’epoca dell’hi-fi a portata di ogni cameretta (anche per l’avvento del cd con la sua promessa di straordinaria e durevole definizione sonora, con buona pace degli audiofili), gli arrangiamenti di Sledgehammer e In Your Eyes (il primo errebì funky piovuto da Mercurio, il secondo ballata afro benedetta da un estro polifonico da brividi – con i contributi di Youssou N’Dour e Ustad Nusrat Fateh Ali Khan) sembrarono un balzo nella terza dimensione, qualcosa di formidabilmente contemporaneo innestato nell’autorevolezza e nella visione di un fuoriclasse dei Seventies.

Del resto gli 80s furono gli anni che inventarono le superstar grazie all’acceleratore di particelle di MTV, ma lo fecero amplificando la dote d’immaginario delle star del precedente decennio come Bowie, Tina Turner, Paul McCartney, Paul Simon e persino il compagno di merende prog Phil Collins. Tra questi, Gabriel ebbe il merito di non prescindere mai la sostanza, il lavoro sulla suggestione sonora e la necessità di apparecchiare dimensioni “altre” (anche, e sarebbe una parentesi di non poco conto, per quanto riguarda il versante dei videoclip: il solo Sledgehammer, che vide coinvolto il mago della stop motion Nick Park,  geniale autore di Wallace & Gromit, è un capolavoro di pop alto), sostituendo alle componenti arcane/arcaiche del prog il sottofondo esotico delle visioni tribali, mantenendo così quel progetto di straniamento come allegoria dello sconcerto esistenziale, sorta di monito che vibra dal profondo delle radici (palpabilissimo soprattutto in Red Rain e That Voice Again).

Proprio per questo ritengo sia errato definirla, come spesso viene fatto, musica etnica. Semmai la componente etnica è l’interfaccia poetico/formale che rende possibile il chimismo tra ipotesi art-pop di ascendenza prog, synth-wave e black. In altre parole, non è con la propria musica che Gabriel svela e sdogana le realtà extra-rock afroamericane (lo farà poi col progetto della Real World Records), in essa casomai rivela lo stato di metabolizzazione già avanzato e maturo di quelle istanze. Più simile quindi come impostazione ai Talking Heads di Fear Of Music – seppur diversissimo negli esiti perché diverse le premesse di partenza ed il contesto storico – che al Simon del fortunatissimo Graceland, quest’ultimo mosso principalmente dal tentativo di gettare ponti e tracciare denominatori comuni tra culture e forme musicali, riuscendo ad escogitare un folk para-etnico congruo e credibile (e perciò vendibile) che non smette di alimentare polemiche riguardo il punto di vista da “colonizzatore dal volto umano” imperniato sul portato esotico dell’operazione.

In Gabriel invece prevale una continuità poetica che mantiene in primo piano la strutturazione espressiva “occidentale”, come del resto ci conferma la pletora di collaboratori di lunga data (Tony Levin, David Rhodes, Jerry Marrotta…) e i contributi fondamentali di Kate Bush (nella svenevolezza lunare di Don’t Give Up) e Laurie Anderson (nella schizoide This Is the Picture). Liberi di vedere la conferma di quanto appena affermato nella rilettura del repertorio in chiave cameristica confezionata col lodevole New Blood, che ha avuto il merito di porre l’accento sullo straordinario livello dei pezzi in questione. Di cui, forse per averli troppo ascoltati in ogni contesto possibile e impossibile, ci eravamo magari un po’ scordati.

10 Novembre 2012
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