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Peter Morgan, già autore della sceneggiatura del bellissimo The Queen di Stephen Frears – che gli valse una candidatura all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale – guarda questa volta ai rivolgimenti politici e culturali della Gran Bretagna tatcheriana e al complicato rapporto tra una giovanissima Lady Diana/Emma Corrin e il Principe Carlo, interpretato sempre da Josh O’Connor. La splendida Gillian Anderson che ormai tutti conosciamo per l’esilarante “mamma di Otis” nella serie teen britannica Sex Education, è invece il volto della spietatissima Iron Lady, andando a restituirne, merito di uno studio attento e dettagliato della fisiognomica della politica, tutta la freddezza e implacabilità. E tra i vari episodi che la videro coinvolta in prima linea, Morgan sceglie di rappresentarne uno in particolare, quello dove non poterono non contrapporsi gli obiettivi meramente politico-economici di Margaret Tatcher e quelli più umanitari della Regina Elisabetta (che, in quanto sovrana, non avrebbe mai potuto esprimere preferenze politiche in pubblico) in merito al documento da firmare per imporre delle sanzioni contro il regime di apartheid creatosi nella Repubblica del Sudafrica.

Sullo sfondo c’è la storia “d’amore” tra Carlo e Diana Spencer – una sorta di controparte, lei, del giovane Filippo: anche lui spirito mai domo e indipendente, che faticava ad adattarsi all’inizio del regno della moglie – regala una favola estremamente necessaria all’unione del popolo britannico, in un periodo politicamente ed economicamente drammatico per la Gran Bretagna. Ciò che ha fin da subito affascinato di The Crown e magnetizzato l’attenzione dello spettatore è l’acutezza della scrittura sia dei personaggi che delle trame e sotto-trame in cui essi si muovono. Il punto di vista scelto in fase di sceneggiatura da Morgan e dagli altri autori tende sempre ad abbracciare una pluralità di voci e non lascia “scoperto” mai nessun personaggio, creando anche dei significativi parallelismi, come quello, già ricordato, tra il Duca di Edimburgo e Lady Diana. Inoltre, se, ad esempio, il fulcro della terza stagione era il personaggio dilaniato dalla solitudine della Principessa Margaret, in questa quarta la protagonista indiscussa è la drammaticità del personaggio, più che della storia, di Lady D.

Lo spettatore sa già tutto. Conosciamo la Storia ma non riusciamo a non guardare, con il fiato sospeso a ogni stacco, ogni momento di esitazione dei personaggi (come se, davvero, per un attimo, quella stessa Storia potesse mutarsi) tutto quello che viene rappresentato. Attraverso le vicissitudini della famiglia reale, è soprattutto al conflitto tra realtà e immagine che la serie di Peter Morgan guarda: da Lady Diana al più piccolo degli eredi al trono, il Principe Edoardo, ognuno di loro si trova come smarrito nella propria identità, o meglio, nel’’idea che il pubblico ha costantemente di loro stessi. Persi nelle loro infinite immagini e riproduzioni: eternamente soli e dimezzati. La quarta stagione di The Crown è, in questo modo, ugualmente ricca, come le tre precedenti, di storie e drammi interiori, ottenendo importantissimi risultati nel ripercorrere gli eventi decisivi della Gran Bretagna e del mondo: dalla guerra delle Falkland all’assassinio di Lord Mountbatten, The Crown non cessa neanche per un momento di tessere una storia ricca di spunti, offrendo al pubblico uguali dosi di opulenza, autenticità e dramma sfacciato.

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