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“Avete mai avuto la sensazione di stare sempre sognando? Questa è la vita“. Inizia così, con l’attacco della prima traccia, Nothing But Trouble, Voices, sophomore dei Phantogram. A cinque anni di distanza dall’esordio Eyelid Movies, il duo newyorkese torna con una nuova fatica in studio e alcuni cambiamenti sostanziali: l’abbandono della Barsuk per l’approdo alla Republic e, soprattuto, la cabina di regia affidata al produttore John Hill, già al lavoro con M.I.A., evento che ha portato i due musicisti a lavorare negli studi della città degli angeli. Il primo album della band convinceva, perché rifletteva l’immagine di un progetto promettente, in via di evoluzione ma appoggiato su basi solide. La lunga pausa discografica – intervallata dagli EP Nightlife (2011) e l’omonimo 12″ (2013) – compensata, al contrario, da una costante presenza fisica nel live, sembra però non aver giovato troppo a Sarah Barthel e Josh Carter.
In Voices ne esce rafforzata la figura di Sarah. La sua voce, ammaliante e nebulosa ma anche struggente e dolorosa, regge egregiamente le trame del gioco; quella di Josh Carter, invece, ha perso terreno e mordente rispetto ai sinuosi intrecci del debutto. Ne è esempio il ritornello fin troppo ripetitivo di Never Going Home, che rovina irrimediabilmente una linea di chitarra essenziale ma incisiva. E’ dunque tutto merito della Barthel se le quotazioni del singolo Fall In Love salgono alle stelle: il brano rappresenta il punto più alto dell’album e danza sul basso esasperato cantando di amori spezzati (Love, it cut a hole into your eyes/ you couldn’t see you were the car I crashed/ now you’re burning alive) con una voce estatica e sensuale ma allo stesso tempo tormentata.
Eppure, troppo spesso nell’album, accade che i Phantogram preferiscano chiudersi in un’ideale zona cuscinetto al riparo da sperimentazioni e colpi di testa, rifugiandosi in una produzione eccessivamente piatta. E la mancanza di coraggio e audacia non paga: The Way You Died sembra un riempitivo, il dream pop di I Don’t Blame You – guarda caso un altro pezzo cantato da Carter – semplicemente non convince, mentre la dolce/amara Bill Murray (non fatevi ingannare dal titolo, nulla di divertente), senza sale nè pepe, è l’emblema di un album contratto, che sembra quasi limitarsi a timbrare il cartellino.
Il talento c’è ed è evidente, forse manca la convinzione e quella sana arroganza frutto della consapevolezza. Con la certezza che il momento migliore per la band potrebbe poi non essere così lontano.
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