Recensioni

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Quello messo in atto da Pharmakon, al secolo la minuta e apparentemente innocua musicista newyorchese Margaret Chardiet, più che una discografia assume sempre più la dimensione di un corpus bibliografico in musica su psichiatria e deformazioni psicologiche. Questa volta a venire esorcizzata è la tendenza autodistruttiva insita nell’animo umano metaforizzata nell’auto-cannibalismo a cui fa riferimento il titolo stesso del quarto album della musicista.

Si divora e ci divora, dunque, miss Chardiet, e lo fa come al solito con un percorso in cinque stazioni che sono una specie di via crucis del dolore autoimposto e innato, quasi atavico ma non ferino, nell’uomo; e per farlo usa la propria cifra stilistica, ovvero quella melma sonora al confine tra industrial-noise e harsh/power-electronics in bassa battuta tutto collasso e devasto, su cui una Pharmakon posseduta deraglia vocalmente come nella migliore tradizione di genere. Il fatto che i due lati del disco siano stati registrati in primis col supporto di Ben Greenberg degli altrettanto devastanti Uniform e, in secondo luogo, live in studio come una unica traccia, non segna solo una nuova modalità compositiva e di registrazione per Pharmakon, ma sottolinea sempre più l’urgenza che siffatta musica ha nel comunicare, specie in sede live, sua sede ideale, il disagio e il fastidio di tematiche così profonde e lancinanti.

Insomma, nelle parole della stessa autrice, quella affidata alle cinque lunghe tracce dell’album è una allegoria di quella tendenza alla distruzione di sé, «su scala cellulare, individuale, di società e di specie», ma nella realtà dei fatti sono un vero scandaglio nei meandri più oscuri e malati dell’uomo, tanto che sfidiamo l’ascoltatore a non farsi prendere da un generico disturbo o da un rifiuto in toto, perché si perderebbe una delle migliori manifestazioni di “musica politica” degli ultimi anni.

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