Recensioni

A dispetto del nome, di gioia in questo album ce n'è davvero poca. Il titolo si riferisce a un profumo creato in piena depressione post-1929 da Jean Patou e per la cui produzione sono serviti petali di gelsomino e rosa in quantità inenarrabili: un lusso sfacciato in uno dei periodi di più grande miseria della storia occidentale. Ed è proprio in contrasti come questo che bisogna andare a cercare la chiave di interpretazione nella musica di Marc Huygens (già noto con il suo progetto decennale Venus, di cui era frontman e principale autore), Françoise Vidick (anche con i dEUS) e Anja Naucler: brani all'incrocio tra echi Novanta à la Radiohead e Sigur Rós, e il chamber pop più raffinato e notturno.
I protagonisti del sound dei belgi sono essenzialmente due. Da una parte l'intreccio delle voci di Huygens e Vidick, che per timbro e tessitura sembrano sempre dipingere tutto in un bianco e nero d'epoca. L'altro è il violoncello della Naucler, capace di sottolineare in modo perfetto le intuizioni cinematiche e cinematografiche della scrittura. L'anima dei Joy, però, deve ancora essere messa del tutto a fuoco. A noi pare che le atmosfere mittleuropee e cameristiche di Flag e N° 7 o l'impeto quasi Cream di Mirage funzionino molto meglio degli eccessi barocchi in scia Muse di Sword. Huygens, la Vidick e la Naucler non sono alle prime esperienze musicali e il tempo sarà un ingrediente fondamentale nella crescita del progetto Joy e il definitivo affrancamento dai Venus. Per il momento godiamoci una metà abbondante di disco che testimonia una scrittura e una sensibilità armonica superiore alla media.
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