Recensioni

TOP
9

«Ho la terribile sensazione di essere una donna avida, perversa, egoista, apatica, cinica, depravata e moralmente fallita, che non può nemmeno chiamarsi femminista». Lo dice la protagonista di Fleabag rivolgendosi al padre nel primo episodio della prima stagione ostentando una sicurezza che evidentemente non ha e che dovrebbe presentarci una figura in pieno controllo della sua vita, femme fatale del 21° secolo fuori da ogni canone tradizionale di bellezza, con un volto pieno di smorfie, dipendente dal sesso e dal dramma, imbranata e crudele. Passano pochi minuti e già siamo perdutamente innamorati di lei. La Fleabag del titolo è una trentenne londinese alle prese con la morte della sua migliore amica e una famiglia problematica, che gestisce senza successo un piccolo caffè e naviga in un groviglio di relazioni insoddisfacenti, la cui esperienza da single viene raccontata come se fosse una favola molto realistica e un po’ deformata (capirete più avanti perché). È in cerca di qualcosa, ma non sa che nome dargli né in che modo colmare quel vuoto che sente dentro. Il sesso, per Fleabag, è il mezzo con cui cancellare i brutti ricordi e la battuta, cercata quasi con ostinazione, ha sempre un rovescio inquietante perché smorza l’ansia, o la rabbia e la malinconia ma al tempo stesso comunica il bisogno di esternare il malessere determinato dal senso di abbandono, della solitudine e della depressione, affrontati con un’ironia molto simile a quella di BoJack Horseman – altro epìtome della contemporaneità – e diversamente femminista.

Nella serie pluripremiata di Phoebe Waller Bridge si parla di esplorazione del lutto e del confronto tra sessi, e se il rapporto di Fleabag con il maschile è mal gestito e a tratti violento (vedi il padre vedovo succube della nuova moglie o il cognato represso e vendicativo) e in certi casi inesistente (tutti gli uomini che si porta a letto), quello con le donne appare più complesso e competitivo (la sorella Claire, con la quale arriverà ad una risoluzione romantica incredibilmente potente; la matrigna interpretata da Olivia Colman, artista eclettica e perfida; l’amica Boo, socia in affari e punto saldo della sua esistenza). Da qui l’idea che il femminismo sia un tema da discutere e in continua evoluzione, che non esiste il genere o una narrativa femminista rigida ma solo la libertà di dare sfogo a ogni tipologia di donna. Soprattutto quelle che in tv, almeno finora, non avevamo mai osservato, talvolta sgradevoli ma terribilmente vicine alla realtà, e che non hanno paura di ammettere che la vita sarebbe molto più facile se qualcuno ci dicesse cosa fare. «Le donne nascono con il dolore dentro di sé, è il nostro destino» dirà Kristin Scott Thomas in un monologo indimenticabile della seconda stagione, «Gli uomini no, devono cercarselo. Creano le guerre per poter provare qualcosa e quando non ci sono le guerre, c’è il rugby». Applausi a scena aperta.

C’è poi un terzo rapporto che in Fleabag conta più degli altri messi in scena, ed è quello tra la protagonista e lo spettatore. La Waller-Bridge ha descritto la macchina da presa – ovvero il mezzo che li mette in comunicazione – la sua “amica segreta”, e nella prima stagione gli sguardi in camera erano dispositivi per spiegare e commentare gli eventi a margine, a volte sotto forma di ammissioni di colpa che sfidavano il pubblico a giudicare le azioni immorali del personaggio, nella seconda invece diventano affermazioni che rendono complici, che ci spingono a capire meglio la psicologia della ragazza ed eventualmente a perdonarla, con la differenza che a un certo punto capiamo di non essere più i soli a guardare. Il prete (Andrew Scott) ci ha scoperti, ci vede. A tal proposito ci pare interessante il punto di vista di Kathryn VanArendonk su Vulture che sottolinea come questa via di fuga concessa a Fleabag venga di colpo annullata, costringendola a vivere nella realtà: basta manipolazione dei fatti, basta seduzione, con lei nuda (metaforicamente) davanti allo schermo, mai così fragile e sensibile.

Si prenda a esempio la sequenza della cena che costituisce il nucleo del primo episodio della stagione 2: ci troviamo in una situazione di cattiveria e disgusto legata ai drammi familiari e Fleabag rivolge la propria smorfia alla camera come se decidesse lei cosa guardare, come se fosse lei a “confezionare” l’esperienza. Così facendo controlla le sue reazioni, dipinge i commensali a suo piacere e inventa un mondo dove, inevitabilmente, finiamo per fare il tifo per la protagonista. Questa strategia termina nel momento in cui viene (e veniamo, di conseguenza) sorpresa dallo sguardo del prete (che a sua volta rappresenta la fede, la coscienza, la spiritualità) e quell’intimità costruita improvvisamente scompare; se prima Fleabag aveva soltanto noi come partecipanti della sua vita (cosa triste perché non ci vede né può sentirci), adesso ha aperto le porte a un diverso tipo di condivisione. La VanArendonk lo chiama “triangolo amoroso”, una relazione contagiata e avvelenata tra noi, lei e il prete di Scott, e quando loro due finiscono a letto insieme, veniamo brutalmente esclusi da Fleabag, che abbassa con la mano la telecamera.

Insomma, onestà, bellezza, tristezza e brutalità sono sistematicamente spiegate in una serie che, a partire dal lutto e dalla separazione, trasforma un vuoto senza nome – com’è senza nome il personaggio – in commedia, e il gioco costante tra battute e cinismo è ciò che la rende gravitazionale e straordinaria nel suo genere, rivelando un’anima da tragedia universale. Non c’è il lieto fine che speravamo e aspettavamo, ma una piccola conquista: Fleabag ha riparato il suo legame con Claire, eliminato le figure tossiche, ritrovato (forse) se stessa oltre il riflesso degli altri e sul ciglio di una fermata dell’autobus, compreso che c’è differenza tra il fare sesso senza amore e lasciarsi amare davvero. Dove andrà con queste nuove consapevolezze? Dov’è diretta la nostra eroina?

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette