Recensioni

Una nuova raccolta di pop tune tirata a lucido da parte dei Phoenix, la loro quinta fatica in poco meno di tredici anni. Dopo un gioiello del calibro di Wolfgang Amadeus Phoenix, con il gruppo stampato in cima ai cartelloni di tantissimi grandi festival e le dichiarazioni di Daniel Glass, fondatore della Glassnote Records, che definiva il nuovo lavoro rivoluzionario, le aspettative per Bankrupt! erano salite pericolosamente in alto.
Per riuscire ad appagarle, la band decide di premere forte sull’acceleratore, soprattutto sul piano della produzione – per la quale, stando a voci circolate sul web, il gruppo di Versailles si sarebbe addirittura accaparrato la Harrison 4032, la stessa console usata per mixare Thriller di Michael Jackson. Trivia a parte, dalle dieci tracce dell’album traspare una sottile eppure incontenibile voglia di strafare che, in pezzi come Entertainment – singolo di lancio –, S.O.S. In Bel Air oppure Don’t, porta la band a provare continuamente la strada epica, senza raggiungere risultati davvero brillanti.
Suoni massicci e insistenti che vanno a riempire ogni spazio, lasciando quasi sempre senza respiro, privando le canzoni di quella vitalità, quello slancio dinamico che aveva fatto le fortune del precedente capitolo. La tripletta iniziale del disco, tralasciando i difetti sopraelencati, rimane comunque la parte più convincente e spendibile dell’intero lavoro, in cui i Phoenix giocano in modo del tutto velleitario con suoni orientali, con giri di synth che ricordano le classiche campane gialle cinesi. The Real Thing è forse il pezzo maggiormente infuso con il fascino french-cool, elemento che la band ostenta altrove in maniera – c’è da dirlo – blanda, e in definitiva poco attraente.
Dopo il primo grande passo falso in termini di scrittura, Trying To Be Cool, il disco rallenta per la title-track, pezzo che cerca palesemente di ricreare le emozioni esplosive di Love Like A Sunset, senza raggiungerne però il culmine e l’efficacia. Per il resto, la scrittura rimane ancorata al disimpegno più totale, anche emotivo. Drakkar Noir e Choloroform tornano sui territori indie pop di It’s Never Been Like That, mentre Don’t e Burgeois sono esageratamente stracarichi di synth, strumento di cui a questo punto del disco non si sente quasi più il bisogno.
Nei quattro anni che Thomas Mars e soci hanno speso per scrivere, pare siano stati partoriti ben settantuno pezzi di materiale bonus che verranno inclusi nella versione deluxe (e che ci riserviamo di recensire in separata sede). Per quanto riguarda le dieci canzoni selezionate per la scaletta ufficiale c’è da dire che, anche trovandoci di fronte a un disco che qualche soddisfazione riesce a lasciarla, si potrebbe definire Bankrupt! il classico buco nell’acqua.
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