Recensioni

Decidere, nel 2013, di affacciarsi sul mercato con una proposta di country-rock cantautorale può essere considerata alternativamente o una mossa rischiosa o un suicidio senza mezzi termini. Anche all’interno della cerchia di genere poi, non è semplice presentare un lavoro che riesca a discostarsi dalle linee guida più tradizionali risultando, a suo modo, personale ed interessante. Matthew Houck, in arte Phosphorescent, ha già dimostrato, tre anni fa, la fattibilità dell’impresa di cui sopra con quel mezzo capolavoro di Here’s To Taking It Easy, che evidenziava finalmente – dopo tre dischi di ballate farcite di Americana fino al midollo e uno di cover di Willie Nelson rimasti però tutti un po’ più nella penombra – doti interpretative di molto sopra alla media e la peculiarità rarissima di non apparire mai fuori tempo massimo, benché le sonorità non siano proprio quelle con cui è facile sbizzarrirsi scegliendo soluzioni chissà poi quanto originali.
Forte della consapevolezza di essere riuscito a lasciare un segno – e complice anche il triplo sold out alla Brixton Academy di spalla ai The National – Houck mette in ordine sul proprio tavolo le strumentazioni analogiche e torna, sempre per la fida Dead Oceans, con questo Muchacho, seguendo l’ossimorico miraggio di associare, al substrato di plurime contaminazioni, l’approccio più minimalista di Pride, suo personale esordio presso l’etichetta di Bloomington.
Le invocazioni psych di Sun Arise (An Invocation, An Introduction) e le infezioni ipnotiche dello struggente primo singolo Song For Zula mettono subito in chiaro come anche quest’ultima fatica si possa considerare tutto fuorchè un disco di country-folk tradizionale e riprova ne sono subito anche i vocalizzi di Right On/Right On che si potrebbero attribuire ad un inconsueto Spencer Krug, fosse quest’ultimo nato anch’esso in Alabama. Terror In The Canyons (The Wounded Master) spiana invece la strada a territori alt-country cari ai paladini Wilco, in cui la reciproca rincorsa fra pianoforte e lap steel mette ancor più in evidenza la vocalità sghemba e riconoscibilissima di Houck, la quale trova poi ispirazione massima nello splendido trittico finale, con cui si torna prima ai tanto cari dettami della ballata pianoforte-acustica sporcata qua e là dagli archi e dalla lap steel (A New Anhedonia e Down To Go) e si corre poi liberamente sulle highways desolate con la supervisione del padre putativo Neil Young.
Una conferma assoluta del lavoro intrapreso con il predecessore dunque ed un piccolo bignami – se Will Oldham non avesse ancora fatto sufficientemente scuola – di come fare country rock nel 2013 senza risultare obsoleti e pedanti.
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