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6.6

«La notte scorsa ho sognato un’isola, e nel sogno sentivo qualcuno che suonava della musica, ho ascoltato un misto di linguaggi che conversavano e voci che condividevano con gioia la danza. Per tutta la notte, fino all’alba, la sua aggraziata musica ha riempito l’aria». Con queste parole, lo scorso 29 settembre, Piers Faccini presentava una playlist di canzoni atte a rappresentare un’anteprima “geografica e stilistica” della musica, della storia e delle tradizioni che gli erano state d’ispirazione nella scrittura del suo sesto album, intitolato appunto I Dreamed an Island. Il progetto, come spiegato dal musicista britannico, è da intendersi come un «un ponte tra presente e passato», «una raccolta di «frammenti di un’immaginaria genealogia, nata da qualche parte tra il fatto e la finzione. Ascoltando i frammenti del passato che portiamo nel nostro sangue, ho voluto provare a dare loro una nuova voce».

Con questo obiettivo, Faccini ha registrato un album composto da dieci tracce di musica folclorica occidentale, araba, bizantina, africana, francese e italiana, scritte come se si trovasse in una Sicilia del XII secolo, «un paradiso di tolleranza e convivenza tra cristiani, musulmani e ebrei». I testi delle canzoni, però, raccontano e analizzano le tematiche che affliggono la nostra epoca, come il muro che Donald Trump vorrebbe costruire (Bring Down The Wall) o la sanguinosa guerra in Siria (Drone). Il risultato è un album di piacevole ascolto, uno studio filologico e storiografico ben strutturato, che cattura l’attenzione ed istiga alla riflessione, in particolar modo con le tracce To Be Sky, Bring Down The Wall, Judith e Comets.

I Dreamed an Island è un progetto encomiabile, ma da ascoltare con parsimonia, per evitare che la caratteristica ripetitività dei suoni tradizionali scelti da Faccini possa a lungo andare risultare indigesta.

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