• Dic
    01
    2011

Album

Ponderosa

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Il quarto lavoro di Piers Faccini ne chiarisce la figura ed il calibro in maniera forse definitiva. Se coi primi due album – soprattutto col sophomore Tearing Sky – proponeva un punto di vista apolide e proteiforme, miraggi folk-blues stemperati in una sensibilità incantevolmente sospesa tra umori angloamericani, mitteleuropei e afro, col terzo opus Two Grains Of Sand lasciava intravedere una disarmante canonizzazione di forme e obiettivi, come se questo pittore eremita prestato alla musica leggera avesse imparato a dominare, plasmare, plagiare ciò che fino a poco tempo prima lo travolgeva determinando il mood meravigliosamente sperso della sua calligrafia. O, se preferite, come se avesse deciso di traslocare pennelli, tele, chitarre, tastiere e tutto il ricercato armamentario di umori globali nel salottino buono dei bourgeois bohémien.

Due anni più tardi, oggi, My Wilderness consolida e rafforza quell'impressione, ovvero conduce una danza suadente, ondivaga, accortamente ibrida tra cantautorato folk, umori gospel-blues, suggestioni afro, sussulti mediorientali e fremiti latini. Ne esce un artefatto di alto profilo, dodici tracce giocate sul filo tra intensità e rarefazione, benedette da una scrittura sempre piuttosto ispirata e dalla preziosa sobrietà degli arrangiamenti (gli archi di Vincent Segal, Rodrigo D'Erasmo e Mauro Durante, la tromba desertica di Ibrahim Maalouf, il dulcimer e l'hamonium dello stesso Faccini…). Se in And Still The Calling sembra il nipotino laconico di Paul Simon alle prese col tepore schivo d'un Will Oldham, in Strange Is The Man cincischia mestizia cinematica tra il Joseph Artur più dimesso ed il Sufjan Stevens dei palpiti minimi.

Se No Reply lo vede disimpegnarsi come un Mark Lanegan (altezza Field Songs) flamencato, nella conclusiva Three Times Betrayed si aggira nomade tra africanismi, sospensioni lisergiche e solennità Bert Jansch. E' palpabile l'intenzione di mettere in fila una successione di quadretti suggestivi che abbozzino un insieme coerente, le dinamiche calde sulla scorta dei contrasti guardinghi, sfumature pastose che ipotizzano un ammaliante esperanto sonoro. Vedi il melting pot emotivo di Tribe (irrequietezza gospel afro, tensione sincopata errebì, atmosfere noir arabescate e un fumoso siparietto jazz) o il refolo di deserto centroafricano tra Delta e balcani (echi del primo Ben Harper e particelle Nick Drake) della title-track.

Un gioco di incastri, impasti e giustapposizioni condotto con passione nel quale però avverti un fastidioso retrogusto da paternalismo onnicomprensivo, la patina invisibile del primato culturale che tutto riconduce ad una pratica prima razionale che espressiva. Tutto molto bello quindi ma come raggelato in un catalogo di autenticità pre-digerite, caldo come può esserlo un'immagine digitale con dominante arancione. In un certo senso, potrebbe passare per una versione indie – con chiare e plausibili ambizioni mainstream – dell'universalismo pop abbozzato a cavallo tra Ottanta e Novanta dallo Sting solista. Un bel prodotto, in definitiva. Ma il cuore fatica a farsi largo attraverso il mestiere.

4 Dicembre 2011
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